martedì 16 luglio 2013

Paradigma immutato

Sono pronto a sostenere che dal XVI secolo a oggi le concezioni di autorità, responsabilità, liceità e rettitudine morale, nell’ambito dei paesi di matrice culturale cattolica, non sono mutate, malgrado l’apparente secolarizzazione della società. E di seguito fornisco una prima prova, a partire dal testo di uno storico tedesco: Heinz Schilling, Aufbruch und Krise. Deutchland 1517-1648 [trad. it. Ascesa e declino. La Germania fra il 1517 e il 1648, Bologna 1997, trad. M. Ricciardi, p.78-79, corsivi miei]:

“In che misura dall’etica economica e dalla morale sociale della vecchia chiesa [la chiesa cattolica] potessero sorgere pesi e ostacoli psicologici capaci di sbarrare la strada a un pieno dispiegamento del modo di pensare del protocapitalismo, è dimostrato dalla vita di Johannes Rinck (1458-1516), borgomastro di Colonia  e mercante dell’Hansa, il quale deve essere annoverato tra i rappresentanti del protocapitalismo renano e tedesco-occidentale […]. All’età di 53 anni, nel 1511, si ritirò da una vita di mercante piena di successo, poiché, come il giovane Lutero, egli dubitava di essere sulla retta via. Gli erano venuti improvvisamente degli scrupoli sul fatto che “i commerci dei mercanti fossero dannosi alle anime e alle coscienze e non fosse possibile condurli senza peccato”. Nel suo testamento Rinck lasciò in eredità una considerevole donazione ai poveri di Colonia […] e in riferimento alla sua peccaminosa vita da mercante consigliò ai suoi figli di non aspirare per prima cosa alla professione da mercante, ma di intraprendere la "più sicura, la più placida e la più pacifica" delle professioni mondane, di diventare cioè professori universitari.”

Al pari di molti degli odierni dirigenti della pubblica amministrazione italiana, siano essi alti funzionari, magistrati o professori universitari, Rinck arriva al ripudio intellettuale, per ragioni morali e ideologiche, della libera attività commerciale. Il dato sorprendente è che l'atteggiamento di Rinck appare letteralmente "sprezzante" nei confronti della sua attività commerciale, e in ciò esso è ancora più coincidente con il sentimento dei suddetti funzionari. L'indicazione ai figli poi è identica a quella che un'intera generazione della borghesia italiana ha additato ai propri rampolli negli anni sessanta del XX sec. Mentre nel contesto protocapitalistico del XVI sec. il movente del ripudio fu il credo religioso di matrice cattolica, negli anni sessanta del XX sec. il movente era l'ineguaglianza economica e la lotta di classe alle quali si voleva porre rimedio deprecando e punendo la libera attività imprenditoriale e di converso elevando le classi umili a mezzo di sapere e dottrina.
Quello che mi affascina è che l'approccio è identico nel XVI come nel XX sec.:
1. la libera iniziativa imprenditoriale è disprezzata per ragioni etico-ideologiche (per la salvezza dell'anima o  per una società più giusta)
2. la professione di professore universitario è esaltata nel XVI e nel XX sec., in quanto neutrale, "placida" e rispettabile. Perché apparentemente slegata da pulsioni materiali e inoffensiva nei confronti di Dio o dei meno abbienti
Il paradigma di fondo è lo stesso nel XVI e nel XX sec., malgrado la secolarizzazione intercorsa: l'agire in vista della propria salvezza spirituale, il tentativo di preservare una sorta di purezza attraverso il rifiuto e il disprezzo del mondo materiale.
Occorrerebbe pensare alla figura, al tipo e carattere umano che emerge da questo. Perché la purezza preservata genera autorevolezza, rispettabilità. E queste a loro volta generano organigrammi titolati, cariche, attese di genuflessioni, bacio d'anelli, ossequio verso il potere.... tutta una serie di vizi dell'europa cattolica e mediterranea in particolare, ma non solo.   

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