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Russia e Italia, andata e ritorno al feudalesimo

Feudalesimo e rivoluzione in Russia
E' forse abbastanza noto che la rivoluzione russa del 1917 non avvenne in un paese dominato dalla classe borghese, come avrebbe voluto il materialismo storico, bensì in un impero monocratico dominato da un'aristocrazia feudale in disfacimento. E' importante ricordare questo fatto perché fra le molte "inesattezze" e i numerosi "abbagli" della teoria marxista c'è pure questa: la necessità di una fase borghese come preludio al dominio della classe operaia.
Dunque, in Russia avvenne che l'aristocrazia feudale fu cancellata e subissata e sostituita con un sistema completamente nuovo. O almeno: in apparenza nuovo. In realtà pochi mesi, al massimo pochi anni, dopo la rivoluzione e al netto di guerre e carestie intercorse, i rivoluzionari russi riproposero sotto altra veste l'unico sistema politico che la civiltà russa avesse conosciuto e metabolizzato fino ad allora: il feudalesimo. Il risultato fu che i principali funzionari e mandarini del partito occuparono le alte cariche dello stato sovietico... le stesse alte cariche che, prima della rivoluzione, erano detenute dai nobili di campagna - secondo il grado - trasferiti a San Pietroburgo. In sostanza la rivoluzione ripropose una nuova edizione del libro russo, cambiando la copertina, i font, le dimensioni della pagina, ma lasciando immutato il contenuto.
Vogliamo una riprova? Non appena l'URSS finì disfatta (1991), per prima cosa i grandi burocrati del KGB e vicini al comitato centrale si appropriarono in forma monopolistica delle ricchezze russe, diventando i cosiddetti "oligarchi", l'ennesima riedizione della stessa figura di aristocratico feudale.

... e in Italia?
Dopo la fine della II guerra mondiale, l'Italia era a metà del guado. La maggior parte del paese (a nord ma anche a sud) aveva abbandonato da secoli il feudalesimo ed era nata una classe borghese o almeno protoborghese. Forse limitata nei mezzi e indebolita dalla lunga frammentazione politica della penisola, ma per il resto borghesia a tutti gli effetti, o aspirante tale. In parti minoritarie del paese, soprattutto in alcune campagne meridionali ma anche in enclave settentrionali, permaneva il dominio di un'aristocrazia terriera non molto diversa dalla feudalità.
In precedenza, la rivoluzione industriale per prima aveva provveduto a far metabolizzare agli italiani il passaggio dal dominio terriero al dominio economico borghese. Successivamente il fascismo fu, per molti versi, un reflusso di tale processo... un estremo tentativo della possidenza e della piccola borghesia di occupare i luoghi di potere dello stato in modo aristocratico ovverosia imponendo se stessi sugli altri e attribuendosi una superiorità legalizzata, trasmissibile e familiare, inappellabile e sprezzante. Questa prospettiva affascinava molti vecchi fascisti anche delle classi apparentemente più liberali come i professionisti. Il tentativo andò male complice l'egocentrismo del capo e la guerra fallimentare contro le potenze liberali.
Ma torniamo al dopoguerra. Dagli anni cinquanta in poi, come noto, gli intellettuali italiani e la cultura italiana furono sempre più marcatamente dominati dal pensiero di sinistra/bolscevico. Lo spazio del pensiero liberale, ma anche quello di un vero socialismo riformista (troppo sarebbe dire "keynesiano") compatibile con un sistema economico libero, furono sempre più compressi; alla peggio potremmo dire che neppure esistettero mai. La fine degli anni sessanta e gli anni settanta videro il culmine del dominio dell'intellighenzia di sinistra.
Tale intellighenzia aveva nell'Unione Sovietica, da principio esclusivamente poi con qualche voce critica prontamente stroncata, il proprio faro, ovvero il "sole" dell'avvenire... malgrado tutto ciò di violento e inopinato in azione oltrecortina fosse cosa nota. Il dominio della cultura di sinistra filosovietica continuò a esistere anche negli anni ottanta (e udite, udite, ancora oggi ne sopravvivono corposi - è il caso di dire - "residui").
E qui veniamo al vero problema: il modello statale sovietico, che in realtà era una riedizione del feudalesimo russo, divenne per molti intellettuali italiani un modello DA IMITARE, EQUO, AMMIREVOLE! Col bel risultato che i ragazzotti occupanti le piazze negli anni sessanta e settanta, passati agli uffici pubblici di ogni ordine e grado hanno riproposto al paese, per decenni, il modello sovietico-feudale: impiegato pubblico = buono e dotato di un impiego desiderabile e inalienabile; dirigente pubblico/professore ordinario / magistrato / primario / generale = buonissimo e inappellabile, con blandi o anche forti diritti di carica e nepotistici; rappresentanti del popoli (politici) = buoni e onesti solo se intenzionati a difendere e promuovere il sistema "feudale", altrimenti cattivi perché al servizio dei cattivi; grande imprenditore = cattivo, affama-popolo, doppiogiochista, sfruttatore, pronto alla fuga; piccolo imprenditore / contadino proprietario = cattivo, evasore, furbo arraffatore, ignorante analfabeta.
Insomma l'intellighenzia italiana ha riportato il feudalesimo in Italia suggendolo direttamente dalle mammelle della grande madre Russia. L'esito è un paese, il nostro, immobile, retrocedente anziché incedente. E non mi pare possibile uscirne fino a che non sarà scomparsa l'intera generazione che prese a campione un così cattivo modello per plasmarsi su di esso.   

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