giovedì 13 novembre 2014

... e se invece fossimo nel giusto?

In Italia è un pianto senza fine, ininterrotto; un lamento ripetitivo sui mali nazionali, il "declino strutturale" (formula ingegneristica e inossidabile di lamento). Si lamenta:

la mancanza di merito,
l'inadeguatezza della scuola,
le baronie universitarie,
il conservatorismo delle famiglie,
l'elitismo delle classi dirigenti,
la rapacità delle classi politiche,
l'astrusità delle leggi,
la chiusura delle professioni,

e poi

il calo dei consumi,
il crollo dell'edilizia,
la deindustrializzazione,
i diritti sindacali acquisiti
gli eccessi dello stato

I lamenti sono asfissianti e noiosissimi, ma pur sempre tollerabili rispetto alla loro diretta conseguenza: il "cambiare le cose"; "come cambiare le cose?"; "come invertire la rotta?"; "non è tardi per cambiare le cose?"; "significa cambiare radicalmente le cose"; "l'unica soluzione per cambiare le cose", cambiare le abitudini, cambiare rotta, invertire il trend, modificare il quadro, capovolgere la situazione, suonare la riscossa e via dicendo all'infinito con la più stressante delle richieste: cambiare tutto perché è tutto sbagliato.
L'aspetto più insopportabile del sintagma "cambiare le cose" è la sua perentorietà, ineluttabilità; l'aspetto più stressante è che cambiare le cose assume di anno in anno, di mese in mese e quasi di settimana in settimana, i contorni di un'impresa sempre più improba, inattuabile.

Ciò detto e riflettuto mi sono anche detto: guardiamo le cose partendo da un'ipotesi diversa. Supponiamo per una volta di trovarci, anziché nel torto al 99%, nel giusto al 99%... supponiamo che tutto ciò che rimproveriamo all'Italia e agli italiani sia la migliore delle eventualità possibili.
Vi sono ragioni per vederla così? Forse sì. Prendiamo ad esempio valori e priorità:
alla mia generazione, io ho 36 anni, è stato insegnato che:

1. la speculazione edilizia è male
2. l'inquinamento è male, malissimo
3. il consumismo è una piaga morale per il singolo, la rovina dell'ambiente per la collettività e l'arma di un grande complotto segreto per arricchire le grandi multinazionali
4. (conseguente al 3.) produrre rifiuti urbani inutili è nocivo per la salute e moralmente deprecabile.
5. consumare energia è male
6. usare l'auto è male, perché inquina, costa, intasa le città,
7. le industrie sono inquinanti, sfruttano i lavoratori per arricchire i padroni
8. lavorare in fabbrica e stare in cantiere è umiliante da fare, da leggere e da scrivere
9. ci sono lavori che nessuno vuole fare e per questo arrivano gli immigrati (che siano dunque i benvenuti). Questi lavori sono perlopiù quelli di cui al punto precedente.
10. risparmiare è un bene, indebitarsi sempre un male
11. la scuola non deve lasciare indietro nessuno
12. la società non deve lasciare indietro nessuno
13. lo Stato rappresenta una garanzia di legalità e l'unica legalità è quella dello Stato

Quanti italiani della mia generazione sono in disaccordo con questi principi? Quanti non ne hanno mai sentito parlare?
In che cosa questi principi - o quali fra essi - non trovano una concreta attualità nei "mali" dell'Italia contemporanea?
Secondo me li abbiamo realizzati tutti; e quelli che non abbiamo ancora realizzato, come la completa deindustrializzazione del paese, viaggiano a passi da gigante. Direi che siamo al vertice, al punto più alto di realizzazione dei valori portanti non di una, ma di almeno due generazioni di italiani.
Da questo strano punto di vista "cambiare le cose" significherebbe abbandonare tutti i valori in cui crediamo per abbracciare i loro contrari. Quali sono questi contrari? Li otteniamo annullando o capovolgendo la lista già tracciata....



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