mercoledì 3 dicembre 2014

Dicotomia italiana

Sentivo ripetere, (meno di recente, di più fino a qualche tempo fa), che destra e sinistra italiane sono identiche: stessi programmi, stesse idee, stessa visione della democrazia e della giustizia sociale.
Sarà stato anche vero, superficialmente... In realtà l'Italia mi sembra in preda a una dicotomia che raramente, in passato, ha raggiunto i livelli dell'attuale parossismo.
Uno degli effetti della formidabile rigidità lavorativa degli ultimi trent'anni - rigidità i cui effetti più visibili sono la disoccupazione al 13,5% (giovanile al 40%) - è proprio, a mio modo di vedere, la formazione di due opposte visioni del mondo e della realtà, una differenza radicale ("antropologica" direbbero) fra la concezione economicamente garantista e quella liberal-rapace. La divisione fra le due "strutture a priori" è talmente profonda da rendere impossibile il mutuo scambio di opinioni su basi condivise.
Facciamo alcuni esempi:
- realizzare una strada è - in termini assoluti - un bene o un male?
- che una persona ottenga un aumento di stipendio in epoca di crisi cosa ci dice di quella persona? E di chi le ha aumentato lo stipendio?
- è possibile arricchirsi in modo lecito?
- è corretto crescere i figli esortandoli a vincere con qualunque mezzo legale?
- cercare lavoro all'estero è un segno di coraggio o di rinuncia?
- restare al lavoro oltre l'orario stabilito è un segno di abnegazione, di ambizione, di malcostume o di debolezza?
- mirare al successo è moralmente deplorevole?
- il lavoro è un valore perché fornisce un reddito o perché esalta chi lo svolge?
- pagare i propri debiti è sempre un dovere o ci sono casi nei quali è corretto non pagare?
- studiare è un bene o un male?
sono solo alcuni esempi di domande per rispondere alle quali occorre attingere a un substrato etico personale strutturale in ognuno di noi... ebbene io affermo che la struttura di questo substrato è fondamentalmente duplice negli italiani di oggi e ogni quesito morale, soprattutto se di ordine socio-economico, raccoglie risposte affatto opposte.
Non è sempre stato così: non era così nell'Italia cattolica del boom dove domande come quelle suddette avrebbero ricevuto risposte molto omogenee in vari strati della popolazione, con pochissime eccezioni. Non era così nemmeno nell'Italia - già in crisi - degli anni ottanta, nella quale prevaleva un'ottica garantista che tuttavia salvaguardava valori tradizionali come il dovere, l'equità, il servizio, la sana ambizione. Oggi di queste parole rimane solo un suono incomprensibile.
Non avendo prevalso, in Italia (a differenza che nelle democrazie liberali), la ragione del mercato e non essendo d'altra parte neppure tramontate le antiche abitudini italiche alla difesa del privilegio (com'è avvenuto in Germania sull'onda di una certa mentalità protestante) i miei concittadini non si dibattono tra sfumature, come altri popoli, ma fra visioni radicali opposte e inconciliabili:
libertà di arricchirsi vs tutela dei patrimoni esistenti
sperimentazione del nuovo vs accumulo del passato
passione per l'inusitato vs scetticismo radicale
passione per il lavoro pratico vs tutela della morale assoluta
diffidenza per l'autorità vs infallibilità dell'autorità




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