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Riforma e consenso

Secondo una credenza radicata - al punto che raramente qualcuno la enuncia - riformare un sistema significa perdere consensi.
Riformare la pubblica amministrazione, in un paese come l'Italia, significa perdere consensi; riformare i rapporti fra settore pubblico e piccola impresa significa perdere consensi.

Eppure la realtà potrebbe essere molto diversa. Proviamo a ipotizzare qualcosa di diverso per controinduzione:
per non distruggere consensi ogni riforma dovrebbe consegnare ad alcuni soggetti il valore aggiunto sottratto ad altri. In altre parole ogni riforma dovrebbe riuscire a trasformare, spostare i consensi, dai puniti ai premiati.
Per esempio: un taglio consistente della spesa pubblica (= perdita di consensi) dovrebbe essere realizzato contestualmente a un taglio corposo delle tasse (=creazione di consensi). Un problema può sorgere nel passaggio dalla prima fase alla seconda. E' in questo passaggio che gli alfieri della conservazione cercano di gettare la fantomatica chiave inglese che distrugge il motore.
Già di per se lo spostamento di ricchezza produce una diminuzione della ricchezza spostata (parte rimane sullo strumento usato per spostarla, come una macchia d'unto). Ma soprattutto se i conservatori riescono a fermare il procedimento nella fase di distruzione del consenso, possono annientare l'agente del cambiamento, portando a zero il suo consenso e ristabilendo quindi, di lì a poco lo status quo ante quem.
Ne consegue che ogni governo dovrebbe prima di tutto creare un vasto consenso (taglio delle tasse) e quindi, inevitabilmente passare alla fase distruttiva (taglio delle spese). In tal modo costringerebbe le parti intermedie ad assecondare il cambiamento, pena il naufragio generale.

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