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L'equivoco sulla cultura

L'equivoco sulla cultura è solo un aspetto, forse più evidente di altri, di un equivoco generale che consiste nel far coincidere quel che esiste, e che è sempre stato fatto, con il Bene.
Ma andiamo con ordine.
Nel gennaio scorso ho visitato il Museo Egizio di Torino, erano i primissimi giorni dell'anno. Il museo è stato ristrutturato e ripensato pochi anni fa. Il direttore, nell'audio-guida, spiega che si è deciso di dare inizio al percorso museale focalizzandosi sulla storia del museo, esponendo la biografia e le immagini dei fondatori, i primi pezzi della raccolta - cioè i pezzi accumulati per primi e i pezzi concettualmente fondativi. S'è perfino tentato, usando qualche armadietto ottocentesco, di creare una stanza del primigenio museo, un misto fra laboratorio d'antiquariato e caffè con antichità esotiche.Questa scelta dà un messaggio importante: la soglia d'entrata conta; il contesto è essenziale. La scelta è voluta e consapevole.

Negli stessi giorni, il museo ospitava una mostra sul tema della distruzione dell'arte. La mostra partiva dal presupposto che la distruzione ha molteplici cause: il saccheggio dei tombaroli, ma anche lo scavo archeologico autorizzato, la damnatio memoriae, ma anche il riuso di materiali o tele di manufatti precedenti da parte di artisti successivi. Ad esempio, prendiamo eventi diversissimi: la distruzione da parte dei talebani, nel 2001 dei due grandi Buddha in pietra di Bamiyan e il periodico inarrestabile crollo e disfacimento di ciò che resta delle case affrescate di Pompei... malgrado le diverse motivazioni e modi, questi due eventi ricadono sotto la medesima fattispecie di distruzione del patrimonio storico-artistico, per un eccesso di zelo religioso (i Talebani) o per totale mancanza di zelo storico (gli italiani). Che la distruzione avvenga per azione condivisa e diretta o per incuria individuale e disinteresse generale, l'esito è lo stesso: disfacimento. Ma disfacimento è anche la scoperta e lo svuotamento di una tomba da parte di una spedizione archeologica. E con questo il quadro diventa molto più complesso: diviene critica radicale alla modernità. 

(curiosamente accade qualcosa di simile in ambito ambientale: i giapponesi distruggono l'ambiente collettivamente costruendo centrali nucleari in riva al mare; gli italiani individualmente - ma anch'essi per un malinteso senso di benessere di una comunità, quella che si arricchisce sul traffico dei rifiuti - seppellendo tonnellate di rifiuti tossici sotto le terre fertili che li nutrono da millenni). 

Il giorno dopo visito la GAM (galleria di arte moderna). L'avevo vista, l'ultima volta, quindici anni prima, ed era tutt'altra cosa. Il pieghevole spiega che la nuova direzione ha abbandonato, in linea con le recenti correnti esegetico/museali, ogni esposizione tematica/concettuale a favore della tradizionale impostazione storicistica - direi addirittura documentaria - che caratterizzava il museo fino ai primi anni novanta del XX secolo. A ciò si aggiungano le frequenti parentesi sulla storia dell'edificio GAM e delle sue ristrutturazioni, che inframezzano la visita.
Questa ripresa dello storicismo alla GAM - che ingenuamente reputavo inevitabilmente sperimentatrice - fa il paio con quanto visto al Museo Egizio e rimanda più in generale all'esaltazione del contesto, soglia o cornice del fatto storico: la contestualizzazione storica in quanto elemento più tangibile e verificabile del fatto storico stesso. Il "perché siamo qui" è una riflessione rassicurante e benevola, nutrita del fatto inoppugnabile di esserci. Meno inoppugnabile è la raccolta, l'insieme di oggetti e fatti storici - le opere della collezione - sui quali permane un consapevole arbitrio.

(Questa virata sullo storicismo appartiene più in generale alla cultura, al pensiero politico, economico e sociale dell'Italia contemporanea. E' espressione di una rinuncia a guardare avanti; ed è espressione di un rifiuto radicale dei tempi presente e futuro, dell'oblio necessario a proseguire, a progettare e a rimettersi in gioco. Il Bene, in tale contesto, coincide con ciò-che-è-noto e con il perché-è-noto. E questo atteggiamento mentale si spinge fino al punto di porre in critica i processi antichi del rendere noto e di esplorazione dell'ignoto, che sono intesi come violazione dell'esserci o della natura.)

Ma che ne può essere di una civiltà in cui l'organizzazione dei fatti storici appaia più solida dei fatti stessi non in prospettiva futura - non sulla scorta di un ideale da realizzare - ma piuttosto sulla base di ideali esistiti, perseguiti da esseri umani nostri predecessori?
Se le idee del passato sono più solide delle testimonianze del passato - le quali possono essere ideologicamente manipolate - quale concezione dobbiamo avere del presente? E del futuro? Il ripetersi uguale a se stesso di un Bene sclerotizzato?
E' questa ideologia che sta mettendo in crisi la classe dirigente italiana. Il ritenere che le idee valgano più dei fatti, che questi siano meri accidenti e le idee eterne. E che le idee eterne siano inobliabili.

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