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Sul cosiddetto "reddito di cittadinanza"

Il cosiddetto "reddito di cittadinanza" è in realtà un molto più prosaico "sussidio", o "assegno sociale". Ma è significativo che i suoi fautori lo chiamino proprio così: "reddito di cittadinanza".

Il "reddito", in primo luogo, è "l'utile che deriva dall'esercizio di un mestiere", scrive la Treccani. Solo secondariamente la parola "reddito" è associabile a una "rendita", come può essere una pensione, la quale va a formare in effetti il "reddito" annuale di un pensionato.
Nel campo semantico del "reddito", come pure nella "rendita", sono impliciti il "ritornare" e il "rendere", termini che implicano necessariamente lo scambio, ben evidenziato dal prefisso "ri-/re-". "Rendere" non è solo "dare", è dare poiché si è avuto o anche, per il recipiente, avere per aver in precedenza dato. In quest'ultimo senso una pensione è, anche linguisticamente, un reddito legittimo: un avere in quanto si è in precedenza dato (a patto di aver dato abbastanza...).

Ma il "reddito di cittadinanza" è un dare anche a chi non ha mai dato, o a chi non deve dimostrare di aver dato qualcosa. Prescinde da ciò che si è fatto, da qualunque scambio; e quindi non è, in senso stretto, un reddito. Quest'assenza dello scambio emerge prepotentemente, nella coscienza stessa dei promotori del reddito di cittadinanza, nell'esigenza di far fare qualcosa a coloro che lo percepiscano, potendosi altresì accertare che questo qualcosa sia stato fatto... è la polemica contro il "divano"; se l'avessero semplicemente chiamato sussidio o assegno sociale, anziché reddito, il problema sarebbe molto meno evidente.

Sulla "cittadinanza" c'è moltissimo da ridire (ma poco da ridere, purtroppo), anche tralasciando il fatto che il reddito "di cittadinanza" non può andare, per ragioni costituzionali, solo a chi possiede la cittadinanza (anche se i legislatori farebbero carte false purché fosse così).
Com'è risaputo la Costituzione equipara gli stranieri - di fatto tutti i residenti - ai "cittadini" in quanto a diritti fondamentali. Tuttavia in Italia è in vigore uno jus sanguinis e pertanto solo chi è figlio di italiani nasce italiano, quanto a cittadinanza; per chi ha la ventura di nascere in Italia da genitori stranieri, oppure, ancora peggio, di venire a vivere e lavorare in Italia essendo nato all'estero, diventare cittadini italiani è un calvario.

Ora, collegando i puntini, è facile e intuitivo pensare che il reddito di cittadinanza sia in realtà un reddito ideato e idealmente riconoscibile in base a un diritto di sangue. E io credo che perfino i leghisti che meno apprezzano questo istituto, colgano tuttavia, più o meno consapevolmente, il rimando al diritto di sangue, implicito nell'uso della parola "cittadinanza", e così caro al loro sentire. Pensiamo un attimo al meccanismo retrostante: una quota parte dei lavoratori stranieri in italia - diciamo il 10% ? - finanzia per mezzo del valore aggiunto generato dal loro lavoro - un reddito attribuibile per diritto di sangue... Ora, pur con tutti i distinguo del mondo, io faccio fatica a non vedere in questo, mutatis mutandis, la ripresa dell'antico istituto della servitù della gleba, a una vera e propria corvée, imposta con la forza e mirante a garantire il benessere del padrone per diritto di nascita.

Ma, si può obiettare, il reddito di cittadinanza va solo ai poveri, ai privi di altri mezzi di sussistenza: quasi una corvée alla nobiltà decaduta: che è proprio ciò che sperimentano molti italiani arrabbiati: una caduta dal benessere, o da un relativo benessere, che sembrava conquistato per sempre.

Vale la pena di ricordare che la letteratura italiana nasce con il dolce stil novo. E uno dei motivi ricorrenti del dolce stil novo è la nobiltà d'animo indotta dall'amore: una nobiltà che nulla ha di inferiore o da invidiare alla nobiltà di sangue; con la quale può anzi competere ad armi pari nello spirito e nel diritto all'amore.

Tutto ciò per dire che nelle italiche vicende la nobiltà di sangue - di cui lo jus sanguinis di cittadinanza e quindi il reddito di cittadinanza sono i legittimi eredi - è sempre stata la cifra del potere; il retaggio feudale autoproclamantesi giusto e migliore di tutti. Con il quale i poeti del dolce stil novo, e di nuovi noi oggi siamo costretti a confrontarci.     

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