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Voi non capite niente, è tutto scritto...

Leggo sul Corriere on-line di oggi:
"Islam, la studentessa musulmana a Milano: Voi non capite niente, è tutto scritto nel Corano", 
qui, e rimango sconcertato per una serie di ragioni:

Primo pensierino. Per quale ragione due giornalisti vanno in una scuola a spiegare politica internazionale? Per quale ragione portano il loro bagaglio di contraddittori, di polemiche troppo attuali e di incerte contrapposizioni - bagaglio essenziale al giornalista - in una scuola? Perché nella scuola non va uno storico, il quale sarà carico di fatti documentati e contestabili solo mediante altri fatti?
E questo, sia detto per inciso, mi pare il limite principale e strutturale della vasta quanto disalfabetizzante operazione di massa nota come "quotidiano in classe"... l'esaltazione della quota opinabile di qualunque narrazione storica. Un'esaltazione dannosa e temibile tanto quanto l'opposta idolatria del documento inconfutabile.

Secondo pensiero. Cosa faccio studiare ai miei figli? Come li consiglio? I miei limiti sono tali che mi si affaccia l'idea - così frequente nel cinema e nella narrativa americana - della contestazione minima, ingenuamente profonda del tipo:
Papà [prematuramente defunto, ndr] diceva sempre di non fidarsi di chi si fida di un solo libro
oppure 
Non farti mai dire che non capisci niente, diffida da chi usa questa formula
che in ultima analisi dicono "Mai dire mai", l'essenza del libero pensiero...
Obiezioni minime, ineccedenti, pacifiche, che non richiedono la conoscenza dell'opera omnia di Voltaire o di Schopenhauer, ma che lasciano un varco, una via d'uscita, un nascondiglio per la ragione. L'alternativa è fornire il tempo e la voglia ai ragazzi di studiare filosofia, geometria, storia e... qui veniamo al pensiero che occupa le righe seguenti.

Terzo pensiero. Tempo fa ho partecipato come un pollo, ahimé, a un lungo flame sul sito "noiseFromAmerika" (la k è tutto un programma) scrivendo la mia in commento a un post di tale Michele Boldrin (uno degli innumerevoli economisti europei prestati alle facoltà anglosassoni; qui si aprirebbe una lunga parentesi - in stile Tristam Shandy, se io fossi autore dotato almeno la metà di Sterne - sulla boria irrepressa di siffatti personaggi a capofila dei quali porrei il volitivo Varoufakis il cui credito in Europa, in primis in Italia, quasi raggiunse vette accessibili solo agli allenatori di serie A, per poi scemare tanto rapidamente quanto quello di costoro. E' veramente penoso e provinciale da parte nostra lasciarci incantare - senza muovere obiezione - dalla sigla Phd seguita da qualche esotica località palesemente australiana, britannica o nordamericana... ma direi che è parte del dissesto che contestavo a Boldrin).
Insomma, per farla breve Boldrin proponeva una soluzione spedita e sicura dei problemi italiani esortandoli come segue:
Aboliamo il classico!   
Il nocciolo della questione, sviluppata dal Boldrin con rodata retorica, era che il Liceo Classico insegna la retorica - con tutto l'armamentario dell'arzigogolato e immisurabile filosofare. E la retorica serve a imbonire la gente, come fanno da decenni i politici italiani. E che se vogliamo liberarci degli imbonitori, per darci ai puri fatti (molto simili ai 'fatti' di un certo signor Gradgrind, ndr.), dobbiamo abolire il liceo classico.
Mi preme notare innanzitutto che tale opinione era espressa nell'autunno del 2014 ed è invecchiata così male, ma così male, alla luce dei recenti avvenimenti e dell'articolo che citavo all'inizio di questo post, che nemmeno esponendoci a una dose fatale di becquerel - per rimanere ai fatti cari al Boldrin - invecchieremmo così male...
Sì perché il commento della nostra minuta studentessa islamica, di cui sopra, e l'insipienza delle risposte di giornalisti (primi irresponsabili), insegnanti e compagni di classe (incolpevoli... in fondo non fanno il classico) delinea esattamente l'orizzonte verso il quale ci dirigiamo dopo aver sputato sull'inutile e fumosa retorica, e irriso l'opinabile pensiero filosofico insegnati nei vecchi licei classici. Si tratta, in due parole, di una "morale civile", ovverosia del banale buonsenso non scevro di sano scetticismo nei confronti degli invasati, che trasuda da ogni versione latina e greca. Si tratta anche - ma è questione di altro post - di rettitudine funzionale alla civile convivenza, la stessa rettitudine che è sempre più rara nelle classi dirigenti o intermedie da quando, negli ultimi trent'anni, gli studi classici si sono insipientemente deteriorati. Si tratta, lo ripeto, di una morale non religiosa, che non affida a un libro o a un Dio il destino umano, bensì all'interpretazione umana di libri, divinità e del comportamento dei vicini si casa...  

[A proposito, a Boldrin scrivevo questo, con lo pseudonimo di Carlo Viralata.]

Quarto pensiero. Fossi stato la ragazzina araba avrei chiesto, all'insegnate o giornalista che citavano Voltaire, di spiegare qualcosa di Voltaire... di dire cosa diceva esattamente Voltaire. Non sarebbe uscito nulla...

  

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