lunedì 22 dicembre 2014

Un gioco troppo facile

Non si è riflettuto abbastanza, a mio parere, sulle conseguenze economiche della completa digitalizzazione della pubblica amministrazione. Soprattutto nei paesi, come l'Italia, che interpretano la digitalizzazione soprattutto come un sistema di controllo sui comportamenti illegali/da correggere.

Già ora viviamo in una sorta di sistema "implicativo" o "allegante": per tutta una serie di beni, ogni volta che li acquistiamo acquistiamo in realtà il primo anello di una "catena". Crediamo di acquistare solo il bene economico in se, in realtà compriamo tutta una filiera. E non si tratta della filiera che ha prodotto il bene in questione, ma di una filiera "futura";
per esempio compriamo un'auto e ci accolliamo la catena di bolli, revisioni, assicurazioni, service, manutenzioni etc.
compriamo una casa e ci accolliamo, tasse, bollette etc.
compriamo una televisione e ci accolliamo gli abbonamenti pubblici e privati
compriamo una caldaia e ci accolliamo i controlli, le manutenzioni etc.
compriamo una visita medica, una ristrutturazione, un servizio d'asilo, un farmaco e dozzine di altri beni e servizi e ci accolliamo una detrazione/deduzione fiscale di cui ricordarsi o da affidare a qualcuno perché ne tenga conto.
sono parecchi i prodotti che ci caricano di catene impossibili da spezzare.

Come se ciò non bastasse la digitalizzazione è in grado di tracciare ogni acquisto, ogni transazione; di più ancora: ogni desiderio di acquisto, ogni intenzione di transare.
Sulla base delle transazioni tracciate il fisco può ricostruire i nostri redditi e accollarci una catena.
La digitalizzazione ci rende consumatori "responsabili", il che significa scarsi consumatori. Ed è un bene, perché realizza ciò che ci hanno sempre insegnato: di consumare responsabilmente.

Però poi non chiediamoci i perché della crisi economica; non chiediamoci perché i consumi languono e non ripartono. Vogliamo far ripartire i consumi? Spezziamo le catene legate a ogni bene di consumo. Poiché non è possibile, e non ha senso, evitare di tracciare le transazioni - visto che farlo è facilissimo - eliminiamo piuttosto gli anelli legati al primo: tagliamo tasse e bolli, eliminiamo tutti gli incentivi e gli sgravi fiscali e ridistribuiamo come minor tassazione i soldi risparmiati. Togliamo le catene dalle spalle della gente!

lunedì 15 dicembre 2014

Riforma e consenso

Secondo una credenza radicata - al punto che raramente qualcuno la enuncia - riformare un sistema significa perdere consensi.
Riformare la pubblica amministrazione, in un paese come l'Italia, significa perdere consensi; riformare i rapporti fra settore pubblico e piccola impresa significa perdere consensi.

Eppure la realtà potrebbe essere molto diversa. Proviamo a ipotizzare qualcosa di diverso per controinduzione:
per non distruggere consensi ogni riforma dovrebbe consegnare ad alcuni soggetti il valore aggiunto sottratto ad altri. In altre parole ogni riforma dovrebbe riuscire a trasformare, spostare i consensi, dai puniti ai premiati.
Per esempio: un taglio consistente della spesa pubblica (= perdita di consensi) dovrebbe essere realizzato contestualmente a un taglio corposo delle tasse (=creazione di consensi). Un problema può sorgere nel passaggio dalla prima fase alla seconda. E' in questo passaggio che gli alfieri della conservazione cercano di gettare la fantomatica chiave inglese che distrugge il motore.
Già di per se lo spostamento di ricchezza produce una diminuzione della ricchezza spostata (parte rimane sullo strumento usato per spostarla, come una macchia d'unto). Ma soprattutto se i conservatori riescono a fermare il procedimento nella fase di distruzione del consenso, possono annientare l'agente del cambiamento, portando a zero il suo consenso e ristabilendo quindi, di lì a poco lo status quo ante quem.
Ne consegue che ogni governo dovrebbe prima di tutto creare un vasto consenso (taglio delle tasse) e quindi, inevitabilmente passare alla fase distruttiva (taglio delle spese). In tal modo costringerebbe le parti intermedie ad assecondare il cambiamento, pena il naufragio generale.

mercoledì 3 dicembre 2014

Dicotomia italiana

Sentivo ripetere, (meno di recente, di più fino a qualche tempo fa), che destra e sinistra italiane sono identiche: stessi programmi, stesse idee, stessa visione della democrazia e della giustizia sociale.
Sarà stato anche vero, superficialmente... In realtà l'Italia mi sembra in preda a una dicotomia che raramente, in passato, ha raggiunto i livelli dell'attuale parossismo.
Uno degli effetti della formidabile rigidità lavorativa degli ultimi trent'anni - rigidità i cui effetti più visibili sono la disoccupazione al 13,5% (giovanile al 40%) - è proprio, a mio modo di vedere, la formazione di due opposte visioni del mondo e della realtà, una differenza radicale ("antropologica" direbbero) fra la concezione economicamente garantista e quella liberal-rapace. La divisione fra le due "strutture a priori" è talmente profonda da rendere impossibile il mutuo scambio di opinioni su basi condivise.
Facciamo alcuni esempi:
- realizzare una strada è - in termini assoluti - un bene o un male?
- che una persona ottenga un aumento di stipendio in epoca di crisi cosa ci dice di quella persona? E di chi le ha aumentato lo stipendio?
- è possibile arricchirsi in modo lecito?
- è corretto crescere i figli esortandoli a vincere con qualunque mezzo legale?
- cercare lavoro all'estero è un segno di coraggio o di rinuncia?
- restare al lavoro oltre l'orario stabilito è un segno di abnegazione, di ambizione, di malcostume o di debolezza?
- mirare al successo è moralmente deplorevole?
- il lavoro è un valore perché fornisce un reddito o perché esalta chi lo svolge?
- pagare i propri debiti è sempre un dovere o ci sono casi nei quali è corretto non pagare?
- studiare è un bene o un male?
sono solo alcuni esempi di domande per rispondere alle quali occorre attingere a un substrato etico personale strutturale in ognuno di noi... ebbene io affermo che la struttura di questo substrato è fondamentalmente duplice negli italiani di oggi e ogni quesito morale, soprattutto se di ordine socio-economico, raccoglie risposte affatto opposte.
Non è sempre stato così: non era così nell'Italia cattolica del boom dove domande come quelle suddette avrebbero ricevuto risposte molto omogenee in vari strati della popolazione, con pochissime eccezioni. Non era così nemmeno nell'Italia - già in crisi - degli anni ottanta, nella quale prevaleva un'ottica garantista che tuttavia salvaguardava valori tradizionali come il dovere, l'equità, il servizio, la sana ambizione. Oggi di queste parole rimane solo un suono incomprensibile.
Non avendo prevalso, in Italia (a differenza che nelle democrazie liberali), la ragione del mercato e non essendo d'altra parte neppure tramontate le antiche abitudini italiche alla difesa del privilegio (com'è avvenuto in Germania sull'onda di una certa mentalità protestante) i miei concittadini non si dibattono tra sfumature, come altri popoli, ma fra visioni radicali opposte e inconciliabili:
libertà di arricchirsi vs tutela dei patrimoni esistenti
sperimentazione del nuovo vs accumulo del passato
passione per l'inusitato vs scetticismo radicale
passione per il lavoro pratico vs tutela della morale assoluta
diffidenza per l'autorità vs infallibilità dell'autorità




martedì 2 dicembre 2014

Libertà e impiegati pubblici

Dovrebbe esistere una legge, almeno in Italia, che impedisca a quanti vivono di uno stipendio pubblico di parlare in difesa della libertà. La libertà, secondo costoro, avrà sempre e solo a che fare con la morale individuale; mai con la morale pubblica. La libertà non può riguardare mai la pubblica moralità, ma solo la sfera personale e privata. Privato e pubblico corrispondono, nella ragione accademica e dell'impiegato statale, a libero e vincolato.
Libertà --> nella sfera privata
Vincolo --> nella sfera pubblica
Viceversa chiunque non dipenda dalla vacca statale tende a conformarsi secondo un principio affatto opposto che oggi, nel nostro paese, gode di ampio e diffuso discredito:
Libertà --> nella sfera pubblica
Vincolo --> nella sfera privata
Questo è un pensiero di "destra", mentre il primo è un pensiero di "sinistra".

martedì 18 novembre 2014

"Favorire gli investimenti"

Uno dei principali punti all'odg delle istituzioni economiche europee che circondano di attenzioni il governo italiano è il seguente: "favorire gli investimenti"; fa pendant con l'altro mantra "incentivare i consumi"... dopotutto il consumo è un investimento in.... felicità? O tale dovrebbe essere secondo il capitalismo in voga.
Per il governo italiano gli scarsi investimenti sono il problema economico principale dopo la disoccupazione.

Quali sono le cure messe in gioco per "favorire gli investimenti"?
1. favorire il credito bancario
2. rafforzare il potere d'acquisto dei consumatori
3. ideare diversi e arzigogolati incentivi fiscali sulle più varie e fantasiose attività
4 .... (basta, idee finite)

Tutti lamentano che queste idee non funzionano... gli investimenti non ripartono ma languono.
Come esserne sorpresi? Ognuno di noi può facilmente capire, indagando la propria psiche, che cosa faccia realmente partire gli investimenti...
Perché una persona investe e crea un'impresa, un'attività, un bisogno? Per trarne un reddito con cui sopravvivere? No! per diventare ricca...

Chi investe lo fa per diventare ricco. E come fa a sapere, o sperare, di diventare ricco? E' facile: vedendo che altri intorno a lui diventano ricchi investendo! Ecco svelato il segreto delle economie in boom: molte persone che investono per imitarne altre che hanno investito e che sono diventate ricche.

Ora vediamo cosa succede in Italia. Qual è la percezione del successo o dell'insuccesso economico di chi investe in Italia? Nell'opinione dei più, giovani e meno giovani, chi investe:
1. deve affrontare una selva di regole e leggi
2. deve affrontare pesanti costi di avvio attività
3. deve pagare robuste imposte sul reddito
4. spesso chiude presto, sposta all'estero o fallisce finendo con meno soldi di quanti ne aveva in partenza.
5. diventa ricco chi imbroglia le carte rischiando la galera o approfitta di una posizione di vantaggio che prescinde dall'investimento del proprio tempo, energia, denaro.

risultato? Nella percezione della stragrande maggioranza degli italiani, investire in Italia equivale a rischiare di diventare più poveri anziché più ricchi. Questo è un dato di fatto... provate a chiedere a chiunque conosciate, di qualunque ceto e istruzione.

Da notare infine che non tutti quelli che sperano di diventare ricchi in un'economia in boom lo diventano; e alcuni di quelli che investono in un'economia in declino - commiserati come gente che rischia di diventare povera - diventano ricchi. Ma questo, e solo questo, fa parte del quadro economico... il resto è pura psicologia motivazionale.

In definitiva per avviare gli investimenti in Italia occorre alimentare l'invidia nei confronti di coloro che, avendo investito, sono diventati ricchi.
Ma come può un ricco dar mostra di sé, se al minimo accenno di godersi la vita e la ricchezza diviene un nemico pubblico, un semindagato dal fisco, un braccato dalla morale internettiana, un oggetto di pubblica deprecazione, un imbroglione, uno sfruttatore, un raccomandato approfittatore? (ricordate come si diventa ricchi in italia?) E poi, perché uno dovrebbe diventare ricco se questo significa consegnare al fisco quasi tutto il margine di profitto in forza del quale parliamo di ricchezza?
Queste sono le domande che dovrebbe porsi chi desidera favorire gli investimenti in Italia e agire per trovare risposte adeguate.

giovedì 13 novembre 2014

... e se invece fossimo nel giusto?

In Italia è un pianto senza fine, ininterrotto; un lamento ripetitivo sui mali nazionali, il "declino strutturale" (formula ingegneristica e inossidabile di lamento). Si lamenta:

la mancanza di merito,
l'inadeguatezza della scuola,
le baronie universitarie,
il conservatorismo delle famiglie,
l'elitismo delle classi dirigenti,
la rapacità delle classi politiche,
l'astrusità delle leggi,
la chiusura delle professioni,

e poi

il calo dei consumi,
il crollo dell'edilizia,
la deindustrializzazione,
i diritti sindacali acquisiti
gli eccessi dello stato

I lamenti sono asfissianti e noiosissimi, ma pur sempre tollerabili rispetto alla loro diretta conseguenza: il "cambiare le cose"; "come cambiare le cose?"; "come invertire la rotta?"; "non è tardi per cambiare le cose?"; "significa cambiare radicalmente le cose"; "l'unica soluzione per cambiare le cose", cambiare le abitudini, cambiare rotta, invertire il trend, modificare il quadro, capovolgere la situazione, suonare la riscossa e via dicendo all'infinito con la più stressante delle richieste: cambiare tutto perché è tutto sbagliato.
L'aspetto più insopportabile del sintagma "cambiare le cose" è la sua perentorietà, ineluttabilità; l'aspetto più stressante è che cambiare le cose assume di anno in anno, di mese in mese e quasi di settimana in settimana, i contorni di un'impresa sempre più improba, inattuabile.

Ciò detto e riflettuto mi sono anche detto: guardiamo le cose partendo da un'ipotesi diversa. Supponiamo per una volta di trovarci, anziché nel torto al 99%, nel giusto al 99%... supponiamo che tutto ciò che rimproveriamo all'Italia e agli italiani sia la migliore delle eventualità possibili.
Vi sono ragioni per vederla così? Forse sì. Prendiamo ad esempio valori e priorità:
alla mia generazione, io ho 36 anni, è stato insegnato che:

1. la speculazione edilizia è male
2. l'inquinamento è male, malissimo
3. il consumismo è una piaga morale per il singolo, la rovina dell'ambiente per la collettività e l'arma di un grande complotto segreto per arricchire le grandi multinazionali
4. (conseguente al 3.) produrre rifiuti urbani inutili è nocivo per la salute e moralmente deprecabile.
5. consumare energia è male
6. usare l'auto è male, perché inquina, costa, intasa le città,
7. le industrie sono inquinanti, sfruttano i lavoratori per arricchire i padroni
8. lavorare in fabbrica e stare in cantiere è umiliante da fare, da leggere e da scrivere
9. ci sono lavori che nessuno vuole fare e per questo arrivano gli immigrati (che siano dunque i benvenuti). Questi lavori sono perlopiù quelli di cui al punto precedente.
10. risparmiare è un bene, indebitarsi sempre un male
11. la scuola non deve lasciare indietro nessuno
12. la società non deve lasciare indietro nessuno
13. lo Stato rappresenta una garanzia di legalità e l'unica legalità è quella dello Stato

Quanti italiani della mia generazione sono in disaccordo con questi principi? Quanti non ne hanno mai sentito parlare?
In che cosa questi principi - o quali fra essi - non trovano una concreta attualità nei "mali" dell'Italia contemporanea?
Secondo me li abbiamo realizzati tutti; e quelli che non abbiamo ancora realizzato, come la completa deindustrializzazione del paese, viaggiano a passi da gigante. Direi che siamo al vertice, al punto più alto di realizzazione dei valori portanti non di una, ma di almeno due generazioni di italiani.
Da questo strano punto di vista "cambiare le cose" significherebbe abbandonare tutti i valori in cui crediamo per abbracciare i loro contrari. Quali sono questi contrari? Li otteniamo annullando o capovolgendo la lista già tracciata....



mercoledì 6 agosto 2014

Speriamo nella Troika

L'ho scritto mesi fa, prima di Monti, quando ancora imperversava Berlusconi. Oggi siamo con berluschino-renzino... peggio che mai! Con Monti e Letta ero tornato a sperare, ma questo paese non si merita nulla.
Speriamo nella troika, l'attendo con ansia. Arrivate presto per favore, prima possibile.
La gente non l'ha ancora capito che la troika è dalla sua parte. Si beve le idiozie dei nostri politici.
Venite, venite, con le vostre ventiquattr'ore e fate un ministero dopo l'altro, a tappeto.

lunedì 14 aprile 2014

Negoziamo?

In Italia vi sono numerosi eccellenti traduttori, perché gli italiani hanno un retaggio storico sconfinato fitto di negoziati e contrattazioni.
Viceversa, i popoli anglosassoni sono poco propensi a tradurre come lo sono a negoziare e a contrattare le proprie posizioni con interlocutori e avversari.
Ovviamente il primo frutto della negoziazione è politico e nei diversi sistemi politici possiamo osservare i vantaggi e i danni della contrattazione continua. In Italia il debito pubblico e la mediazione culturale; nei paesi anglosassoni il dominio economico e la predisposizione all'obesità...

giovedì 10 aprile 2014

Un male italiano (ma non solo): la cooptazione

E' un male molto italiano quello di considerare la politica come uno strumento utile a cooptare gruppi e classi economiche dinamiche e così facendo, poco alla volta, neutralizzarle. E' successo all'inizio dell'unificazione, è successo con la lega e sta succedendo ora con Grillo e i suoi seguaci.
Chi possiede il potere è disposto a spartirlo con chi è in ascesa pur di mantenerne una parte consistente. Chi è in ascesa si lascia volentieri sedurre dal potere anziché farsi trascinare dalla tentazione di creare le condizioni che consentano alla propria ascesa di continuare, estendersi ad altri e rafforzarsi.
Così la spartizione del potere trasforma ogni spinta innovativa in conservazione.

venerdì 28 marzo 2014

Deformi mitologie nazionali

Mi disgusta il recente ritornello nazionale su un "nuovo rinascimento italiano". A tale proposito vorrei citare uno storico italiano che lavora a Parigi e che ha scritto, nel 2006, un libro molto interessante sull'Italia:

"L'inizio dei lavori per il taglio di Suez (1859) aveva spinto la Gran Bretagna a considerare sotto una particolare luce le potenzialità geopolitiche della penisola italiana: uno stato italiano unito, in grado di prendere il posto dell'Austria come contrappeso alla Francia nel mediterraneo centrale, non poteva che essere visto di buon occhio a Londra. [...]
[Dopo l'armistizio di Villafranca] la diplomazia britannica fu impensierita da una possibile espansione dell'egemonia francese nella penisola. [...][successivamente] La spedizione di Garibaldi nel sud fu vista [dagli inglesi] come il crollo definitivo della ambizioni francesi [e come l'occasione] di stabilire nella penisola un nuovo equilibrio di potenza più favorevole ai disegni della corona britannica.
E' per questa ragione che l'ambasciatore inglese a Torino "impose" il ritorno di Cavour, l'unico in grado di condurre a buon fine l'annessione dei vecchi Stati dell'Italia centrale; è sempre per questa ragione che la mediterranean fleet protesse le navi della flotta di Garibaldi da ogni eventuale minaccia della marina napoletana. E quando il papa e l'ex re di Napoli, in esilio a Roma, minacciarono di corredare l'anatema pontificio contro il nuovo Stato con un'alleanza politico-militare internazionale, gli inglesi resero pubblica un'infiammata dichiarazione che giustificava l'unificazione italiana in nome del principio di nazionalità.
Questa dichiarazione, così come il fulmineo riconoscimento del nuovo Stato, significava che l'Italia era ormai posta sotto l'alta protezione dell'impero di Sua Graziosa Maestà. [...]
I ceti colti della società britannica ritrovarono in quest'occasione gli accenti letterari e archeologici cui la generazione precedente aveva ampiamente fatto ricorso per glorificare la lotta del popolo greco contro l'oppressore turco. Questa straordinaria permeabilità degli intellettuali inglesi agli interessi geopolitici dell'impero si tradusse in tali e tanti riconoscimenti verso il più "romantico" dei risultati politici del secolo da contribuite ad ostacolare il manifestarsi, in Italia, di una coscienza di quei "nessi storici determinati" di cui parlava Gramsci: invece di interrogarsi sulle cause dei cambiamenti così radicali avvenuti nell'arco di soli due anni, nota Sergio Romano, la classe dirigente italiana si ostinò a vedervi "il segno di un destino manifesto". E l'Europa la incoraggio in questa illusione."
(M. Graziano, Italia senza nazione?, Roma, Donzelli 2007, pp. 36-37)

La prima parte è storia abbastanza nota, ma l'ho riportata perché la seconda parte, che ho riportato in grassetto, risultasse perspicua. Il "rinascimento italiano", con tutti i suoi orpelli storico-museali e gli svenevoli slanci verso la "terza Roma" (dopo Atene e la Roma antica), sono invenzioni inglesi della seconda metà dell'ottocento, molto funzionali - come è caratteristico della totale compenetrazione fra intellighenzia e politica nazionale nei paesi anglosassoni - ai disegni della corona britannica. Non esiste alcuna "rinascita" cui dovremmo ambire, per la semplice ragione che non c'è mai stata nemmeno una prima "nascita".
L'unica cosa che dovremmo fare, una buona volta, è ideare e perseguire una politica estera e una politica di sviluppo degli interessi nazionali volontaria e propositiva anziché sempre e solo determinata da circostanze esterne (crisi economiche, conflitti, accordi internazionali).
Iniziamo a chiederci, per esempio, chi ha interesse a esaltare, soprattutto all'estero, l'idea di un "nuovo rinascimento italiano"; oppure l'idea di molte piccole patrie italiane che chiederebbero l'autonomia...

giovedì 20 marzo 2014

Contraddizioni: unione fiscale o sovranità contro la troika?

Sento un giornalista su radio3 (credo Andrea Cangini), la mattina, rispondere, a poca distanza l'uno dall'altro, a due ascoltatori.
Al primo ascoltatore, antieuropeista, il giornalista risponde che un'uscita dell'Italia dall'Unione sarebbe impensabile e assurda, foriera di disastri; che l'unica soluzione per uscire dal pantano è l'unione fiscale e l'emissione degli eurobond. Al secondo ascoltatore, renziano convinto e assertore di deficit da sfondare il medesimo giornalista risponde che sì, va bene sfondare il deficit, ma attenzione! perché se esageriamo finiamo come la Grecia con la troika europea che viene a mettere il naso nei nostri conti pubblici e addio al residuo di sovranità nazionale che ci resta.
Ora io dico... non è contraddittorio questo atteggiamento? Da un lato suggerire la progressiva unione fiscale, dall'altro paventare la perdita della sovranità per opera della troika... l'unione fiscale non equivale alla rinuncia alla sovranità?
Il punto è che se fosse il solo Cangini (o chi per lui) a pensarla così, sarebbe un problema suo... ma in realtà non è la prima volta che sento la stessa persona paventare la troika e poco dopo sostenere l'unione fiscale.... mi sembra un apice di qualunquismo mediatico. Va bene sostenere una linea moderatamente ragionevole... ma per lo meno la si scelga meno contraddittoria possibile. Ai radicali, ai sostenitori del deficit e agli antieuropeisti diciamo: volete salvi gli stipendi? allora non fate arrivare la troika... volete anche evitare di perdere tutti i vostri risparmi? allora tenetevi l'euro. Chi è disposto a sbarazzarsi subito dello stipendio e/o dei risparmi (o chi non ha nessuno dei due) può legittimamente fare il radicale antieuropeista.

venerdì 14 marzo 2014

Ancora sul fisco: perché gli sgravi anziché i tagli delle aliquote irpef?

Una delle perversioni maggiori del superfisco europeo e italiano in particolare è la pratica dello sgravio: deduzioni e detrazioni.
Un governo "illuminato" decide di restituire soldi ai lavoratori ipertassati? Si inventa un nuovo sgravio fiscale! Aumenta una detrazione, incrementa il limite massimo di deduzione di una certa operazione; mette in deduzione altre spese. Incrementa il "bonus" figli, elettrodomestici, ristrutturazioni, impianti fotovoltaici e via discorrendo.
Ma perché, dico io, non decide semplicemente di tagliare le imposte? Ridurre una di quelle percentuali irpef il cui destino manifesto è sempre e da sempre quello di potere solamente salire?
Il taglio dell'imposta sarebbe più equo dell'aumento degli sgravi, più costituzionalmente onesto: la legge uguale per tutti: per chi ha figli e per chi non ne ha, per chi vuole ristrutturare e per chi ha già ristrutturato, per chi cambia l'auto oggi e per chi lo farà fra due anni. Invece con gli sgravi l'uguaglianza garantitaci dalla costituzione riguarda il sesso, la religione, l'idea politica, la nascita, ecc. ecc.. ma non la scelta di comprarsi un'auto o meno, di fare o meno figli, di ristrutturare o non farlo... chi non rientra in una certa categoria, largamente dipendente dal momento e dal caso, è punito dal fisco rispetto a chi vi rientra... questo è profondamente anticostituzionale. Tutti gli sgravi fiscali ad hoc sono anticostituzionali, nella loro essenza profonda.

E io ce l'ho un'dea sul perché lo sgravio è preferito al taglio delle imposte... perché non toglie potere allo Stato e ai suoi decisori. Con lo sgravio la massa di risorse in gestione ai pubblici decisori rimane invariata, o addirittura aumenta quando  per consentire lo sgravio è necessario "reperire risorse" su altri fronti (come nel caso del recente aumento della tassazione sulle rendite per aumentare le detrazioni Irpef ai lavoratori dipendenti).
Fino a che la massa di risorse destinate allo stato non inizierà a diminuire, non arriverà alcuna ripresa economica in questo paese...

Ma quale sciopero fiscale?

Volete versare meno imposte e tasse allo stato? Un modo c'è...
Recentemente il governo Monti e poi il governo Letta hanno disintegrato il neonato settore delle sigarette elettroniche imponendo su di esse una supertassazione, la quale oltre a scoraggiarne l'uso, ha fatto fallire migliaia di esercizi commerciali dediti al commercio dei nuovi aggeggi.
E' stato osservato da eminenti oncologi che le sigarette elettroniche stanno risolvendo la dipendenza da tabacco di milioni di fumatori. Sebbene esistano ancora dubbi sull'effettiva sicurezza per la salute dei liquidi usati dalle sigarette elettroniche, pare certo che queste ultime evitino a chi le usa la maggior parte dei gravi malanni causati dalle sigarette tradizionali. Umberto Veronesi si è lamentato della supertassazione governativa sulle sigarette elettroniche sostenendo che queste ultime potrebbero allungare la vita a milioni di tabagisti.
A me non interessa entrare nella polemica: può darsi che le sigarette elettroniche siano cancerogene... il punto è proprio quel "può darsi". Da secoli ci viene detto che lo stato tassa le sigarette tradizionali per compensare in qualche modo i maggiori costi di assistenza sanitaria alla popolazione dovuti agli effetti del fumo attivo e passivo. Be' questa faccenda delle sigarette elettroniche rivela che trattavasi di una palla colossale. Lo stato ha sempre supertassato le sigarette per la semplice ragione che i fumatori ne sono dipendenti, che il fumo "piace", e quindi le sigarette rappresentano una fonte di enormi e sicure entrate fiscali. Se infatti fosse stata vera l'asserzione tradizionale, perché mai lo stato avrebbe supertassato uno strumento sostitutivo delle sigarette e potenzialmente innocuo per la salute?
Comunque nel 2013 lo Stato italiano ha incassato -550 milioni rispetto al previsto dalle accise sul fumo.
No, no... questa faccenda dimostra una verità incontrovertibile: lo Stato supertassa quello che piace, oppure lo proibisce.
Questo mi porta a una seconda riflessione, relativa a come evitare di pagare le tasse... sento parlare di sciopero fiscale e lo considero una sonora buffonata. A chi vuole mettere in ginocchio lo stato dico piuttosto: négati quello che ti piace!
1. rinuncia a un'auto di grossa cilindrata, anche se puoi permettertela e compra piccole utilitarie: toglierai risorse a stato, regioni e province su iva, bollo e assicurazione
2. rinuncia al gioco d'azzardo, incluse lotterie, gratta e vinci eccetera, toglierai miliardi di introiti allo stato
3. rinuncia ad alcolici, sigarette e altri monopoli di stato, toglierai accise enormi
4. rinuncia proprio all'auto; muoviti in bicicletta se lavori a meno di 15 km da dove vivi. Tagliando la benzina sottrarrai miliardi alle casse statali.
5. diventa energeticamente autonomo usando caldaie a biomassa e impianti fotovoltaici, ti libererai di molte accise statali.
6. acquista libri di carta anziché digitali, pagherai un'iva al 4% anziché al 22%
7. rinuncia a barche, cavalli, aeroplani e ogni altro bene di lusso... sono tutti supertassati.
8. Se hai una casa sfitta, affittala a prezzi stracciati... lo stato ci guadagna di meno
9. rinuncia al televisore... buttalo via. Ucciderai la Rai.
10. Non usare l'autostrada, lo stato incassa un sacco di soldi dalle concessionarie.
11. Usa la bicicletta anziché i mezzi pubblici e impara a farne manutenzione. Demolirai definitivamente le già fragili municipalizzate.

Se tutti facessimo così da domani, metteremmo lo stato in ginocchio nel giro di sei mesi... senza commettere reati o rischiare le multe che invece arriverebbero in caso di un'insulso sciopero fiscale.

venerdì 21 febbraio 2014

La renzata

Renzi e gli amici suoi han fatto la renzata. E va bene, mi dico, vediamo come va a finire.
Certo è che se va a finire bene, come tutti ci auguriamo per il bene nostro, allora sarebbe l'ennesima riprova del fatto che l'Italia non è una vera democrazia. Se una manovra di palazzo di bassa lega è l'unico strumento per far trionfare il bene collettivo, siam messi come nell'Italia del cinquecento.
E se va a finir male ? (come mi sembra probabile..) Se Renzi non risolve alcuno dei problemi gravi di questo paese (vedi programma impopolare esposto nel biglietto precedente), allora potremo dire, almeno, "non poteva essere che così" e conservare, pur nel generale disfacimento, un po' di fiducia nella ragionevolezza del sistema. L'importante è che, comunque vada, Renzi non si debba tenerselo vent'anni, com'è stato col Berlusca....

venerdì 7 febbraio 2014

Un programma di governo molto impopolare

[in attesa di finire il post su Gormenghast abbozzo questo...]

Programma di governo ultra-impopolare (bozza)


  1. riduzione a € 92.600 di tutti gli stipendi (retribuzione complessiva) dirigenziali di prima fascia nella pubblica amministrazione (inclusi alti magistrati, professori universitari, segreterie ministeriali). Il denaro risparmiato confluisca nell'abbattimento del cuneo fiscale alle imprese.
  2. riduzione a € 69.900 di tutti gli stipendi (retribuzione complessiva) dirigenziali di seconda fascia nella pubblica amministrazione. Il denaro risparmiato confluisca nell'abbattimento del cuneo fiscale alle imprese.
  3. abolizione dei consigli regionali elettivi. I consigli regionali rimangono in piedi ma sono formati dai sindaci dei principali comuni nella regione (o da loro appositi assessori/rappresentanti)
  4. alle regioni rimanga la delega sulla gestione del territorio (agricoltura/allevamento/pesca), della formazione professionale e alle grandi infrastrutture regionali; alle province, che non vanno abolite, rimane delega sulla gestione di tutti gli edifici pubblici e delle strade provinciali; ai comuni vada ogni altra delega attualmente in capo alle regione ad eccezione della sanità, che deve tornare a essere gestita dal ministero della sanità.
  5. ogni disavanzo nelle casse dell'ente pensionistico nazionale deve essere appianato con tagli lineari nell'erogazione delle pensioni. Sono escluse coperture "straordinarie" da parte dello Stato. Sono esclusi dal taglio lineare e progressivo solo i pensionati con pensione minima.
  6. riforma degli enti pubblici o intermediari con monopoli simil-fiscali in particolare: Camere di Commercio, notai, SIAE, ACI, ecc. Tutti i servizi interamente digitalizzabili devono essere assegnati mediante appalto pubblico. L'attività espletata dalla SIAE può essere assegnata ad analogo ente tedesco o spagnolo che la svolga per conto degli autori italiani a tariffe e costi convenienti rispetto agli attuali. Le Camere di Commercio e i notai propongano entro 180 giorni un piano di revisione dei propri costi e organici al fine di espletare con strumenti digitali solo i servizi di base ad essi assegnati.
  7. liberalizzazione di tutte le categorie economiche: abolizione di ogni albo e licenza: dalle farmacie ai notai, dai tassisti ai giornalisti, dai medici agli architetti. Per le professioni a rischio (es. medici) la struttura (i dirigenti) che assume e mette in servizio un sedicente professionista si assume i rischi civili e penali derivanti dai potenziali danni arreccati dai dipendenti. Ciò vale anche nel caso in cui i danni siano arrecati da personale adeguatamente titolato.
  8. il punto precedente implica, naturalmente, l'abolizione del valore legale dei titoli di studio.
  9. riforma del diritto fallimentare; sequestro dei beni, carcerazione o arresti domiciliari immediati per chi non onori i debiti contratti nel tempo previsto a contratto o da accordo. Il sequestro avvenga nell'arco di 10 giorni dalla prima notifica di ritardato pagamento da parte del creditore all'autorità pubblica. Carcerazione ed eliminazioni delle attenuanti applicabili agli incensurati, per chiunque commetta reati fiscali/truffe/appropriazione indebita di denaro pubblico/abuso d'ufficio pubblico. 
  10. abolizione del 50% di tutte le detrazioni/deduzioni fiscali (dal 19% al 9,5% le detrazioni e abbattimento del 50% delle deduzioni). Tutti i soldi risparmiati in questo modo devono confluire nella rimodulazione degli scaglioni IRPEF nel senso di un alleggerimento fiscale strutturale.
  11. Riforma del sistema giudiziario nel senso di una maggior prevenzione di ogni sorta di crimine. L'applicazione di attenuanti a chi commette per la prima volta un reato deve essere ridotta al minimo o abolita, dal momento che è statisticamente provato che chi commette il primo reato ne commetterà poi altri molto più facilmente rispetto a chi non ne ha mai commessi. 

1000 parlamentari, fra senatori e deputati, che facessero queste cose io me li terrei tutti e li manterrei (a 92.000 euro l'anno)... salverei tutte le loro poltrone.
La verità è che la grande maggioranza degli italiani non voterebbe mai per un programma del genere, perché c'è sicuramente un punto che lede i diritti di ciascuno. Quindi quello che abbiamo ce lo meritiamo e ce lo teniamo. E chi protesta è, nella maggioranza dei casi, ignorante o ipocrita...

mercoledì 29 gennaio 2014

Con troppe cerimonie

Forse questo blog potrebbe occuparsi solo dei rapporti fra letteratura e politica.

Uno dei libri fantasy più pallosi che mi sia capitato di leggere è Tito di Gormenghast (Titus Groan), in cui autore - Mervyn Peake - si profonde ogni due paragrafi in elaborate e interminabili descrizioni di giochi di luce sulle più svariate superfici. Potrebbe forse piacere a un esperto di rendering con la passione per gli aspetti metafisici del suo lavoro.
Ho commesso la doppia insensatezza di leggerlo e di farlo in traduzione italiana, laddove invece leggendolo in inglese avrei almeno arricchito il mio lessico e colto le sfumature linguistiche originali.

Ad ogni modo, malgrado le palle enfiantesi, ho letto tutto Tito di Gormenghast (il primo della trilogia, gli altri due mi rifiuto... per ora) perché si tratta, in seconda o terza istanza, anche di un romanzo "politico". Descrive un regno decaduto, decrepito e fatiscente, polveroso, marcio, crollante su se stesso, sprofondante in rovina. Poiché siffatti aggettivi ed espressioni si adattano sommariamente bene alla nostra civiltà occidentale e sommamente bene alla specifica realtà italiana, mi sono detto che Tito era un romanzo potenzialmente sorprendente (...almeno per me).
E in effetti l'aspettativa non è andata del tutto tradita. Cito un passaggio esemplare:
[continua... trovo la citazione da riportare]

venerdì 24 gennaio 2014

Il candidato sindaco

Ieri incontro pubblico del principale candidato sindaco nella città in cui risiedo.
Credo di non aver condiviso nemmeno una delle cose dette da costui... e dire che è un rappresentante del partito al quale, per bene o per male, sono più vicino (evidentemente non è così).
Tre "cose" in particolare mi hanno fatto sorridere amaramente:
1. l'America
2. l'ospedale
3. (legato al 2.) il Comune come un'azienda

1. Fa proprio ridere sentir parlare dai politici italiani, di qualsiasi taglia, quando non addirittura da rappresentanti sindacali o delle imprese, di "come fanno in America..."; oppure "sapete come fanno in America?"... e via con l'aneddoto di turno a rivelare quanto siano seri, ingegnosi e diretti gli statunitensi.
A me queste uscite fanno pensare a un tonno che dicesse agli altri tonni: "avete fame? Non sapete cosa mangiare? Non sapete come fanno le aquile?" "le aquile fanno così... piombano dal cucuzzolo della montagna e acchiappano la tartaruga vicino alle radici delle sequoie giganti", e mi vedo gli altri tonni che se la bevono contenti...!!! Esiste una distanza siderale fra Italia e America fra la concezione di cosa pubblica, libertà individuale, libertà politica, ruolo dello Stato nei servizi e nell'economia, ecc. ecc. e davvero questi nostri nemmeno si vergognano di citare continuamente l'America? Se parlassero del paese di Bengodi dove il mare è "de tocio e i monti de polenta e sai che tociade!" avrebbe lo stesso valore intellettuale dell'esempio americano.
Il ridicolo diventa clownesco quando il politicante di turno addita "il monstrum economico prodotto dall'ultraliberismo e dalla troppa deregulation". Dico io: un'obiezione del genere andrebbe bene se il liberismo in Italia stesse al 50% e negli USA al 100%... allora uno si chiederebbe: "è il caso di portare l'Italia al 75%?" Ma poiché il liberismo in Italia sta sì e no al 3% e si discute se portarlo al 5%, allora io mi chiedo che senso abbia sprecare il fiato contro gli eccessi del liberismo...

2. Il candidato: "Io credo nel forte investimento nell'ospedale, perché Padova è città di servizi avanzati e la clinica universitaria padovana attira già oggi moltissimi pazienti dalle altre aziende sanitarie nazionali, le quali poi rimborsano l'ASL padovana, creando quindi entrate. Inoltre si alimenta l'indotto..." Tutto bello, tutto bene. Solo che non è il suo ruolo. Il sindaco di una città dovrebbe occuparsi dei bisogni diretti di cittadini e imprese, non dello sviluppo industriale dei servizi e quant'altro. Non gli si chiede di avere una "strategia economica", perché ciò implica un esborso di capitali pubblici i quali devono arrivare dalle tasche dei privati e gravare sul sistema, e alimentare il pubblico sperpero e le clientele e tutto lo schifo che il sistema pubblico è in grado di produrre. Io mi chiedo: e se per caso le magnifiche sorti e progressive presenti nella "strategia economica" del sindaco dovessero rivelarsi fallimentari? Ciò non produrrebbe forse enorme nocumento per tutti...?
Ma, si dirà, un sindaco deve preoccuparsi delle infrastrutture, del "territorio". Sì, ma non deve ricamarci sopra... deve rispondere a esigenze concrete presentategli dall'industria e dai servizi, dal mondo economico privato. Non può muovere capitali in base a ciò che a lui sembra un buon investimento. Perché lui può benissimo sbagliare, ma lo faccia coi soldi suoi, non coi nostri.
Anche questo è un morbo radicato nei nostri rappresentanti eletti e nei dirigenti pubblici: si sentono strateghi, finanziatori di start up infrastrutturali, sentono su di loro l'imperativo della "visione", non ci provano nemmeno a candidarsi senza "visione". Magari avessero una vera "visione", soprattutto sui rapporti fra gli individui e fra individui e ambiente naturale/sociale/urbano. Invece la loro "visione" assomiglia molto al sogno di contabile senza fantasia e non fa che perpetuare il danno atavico.

3. Pochi individui sono ridicoli quanto un burocrate che si creda imprenditore.
Il candidato ieri: "... perché guardate che anche il Comune farà quello che potrà fare. Chi promette mari e monti senza guardare in cassa vi prende in giro. I soldi che ci sono quelli sono, il Comune sapete è come un'azienda e come fa un'azienda a migliorare i suoi bilanci? Aumentando gli investimenti che rendono oppure vendendo rami... Non c'è altra soluzione...".
Veramente ci sarebbe un'altra soluzione, benché peccaminosa che bisogna poi confessarsi come di un pensiero immondo: tagliare le spese! Ma questa terza soluzione è ovviamente esclusa in partenza, direi addirittura inconcepibile in un pubblico rappresentante. "Licenziare dipendenti pubblici" o "demansionare" o "ritabellare" gli emolumenti o azzerare le retribuzioni da posizione sono bestemmie nemmeno da pensare, figurarsi da pronunciare. In questo nostro comune di 200 mila abitanti ci sono una quarantina di dirigenti comunali che guadagnano oltre 100 mila euro l'anno e che quindi costano al comune almeno 160-180 mila euro l'anno ciascuno. Perché non iniziamo a portarli tutti a costare 120.000 € l'anno (dando loro circa 75.000 euro di lordo l'anno...)? Quanto risparmieremmo signor candidato-imprenditore? Quante aziende private hanno 40 dirigenti così costosi? E quanti dipendenti hanno queste aziende? Di più o di meno del Comune di Padova? Vengono i brividi solo a pensarci...

martedì 21 gennaio 2014

L'errore di Grillo

L'acredine nazionale contro la classe politica ha raggiunto il suo apice ed è sostenuta da disoccupazione, cassa integrazione, elevata tassazione, elevata burocrazia, slogan demagogici e populistici.
Il blog di Beppe Grillo e il suo movimento sono genitori morali di questa situazione, continuano ad alimentarla, a trarne consensi e a renderla endemica.
Peccato che in termini di rapporto fra cittadini, istituzioni e delega di sovranità si tratti di un errore strategico madornale.
Dunque, ricapitolando la situazione della sovranità italiana:
il cittadino elegge rappresentanti ai quali delega la propria sovranità. Oltre a fare altre cose, tali rappresentanti svolgono (o dovrebbero poter svolgere) una funzione di tutela degli interessi dei cittadini tutti di fronte allo Stato e ai suoi funzionari, i quali possono concretamente prendere decisioni che influenzano ogni giorno l'intera collettività e i singoli.
La funzione di tutela svolta dai politici/rappresentanti è essenziale, se non altro perché nessun altro la svolge: rappresentare gli interessi dei cittadini di fronte all'autorità dello Stato.
Perché esistono dei rappresentanti eletti anziché solo dei funzionari pubblici? A cosa servono i rappresentanti specificamente eletti e non assunti? Dovrebbero servire a limitare il potere, altrimenti illimitato, dei funzionari statali. Dovrebbero contingentare il potere dei funzionari pubblici nell'esclusivo interesse dei cittadini, cui appartiene in definitiva la sovranità su se stessi. Proprio perché svolgono questa funzione, i rappresentanti dei cittadini devono essere eletti e non "assunti"; perché devono poter essere licenziati facilmente e comunque periodicamente, per monitorare passo per passo se e come usano la sovranità dei cittadini per difenderli da un potere troppo grande e sfuggente per essere ignorato.
Per esempio, i funzionari non hanno il potere di portare il paese in guerra (come fecero invece col Patto di Londra nel 1915), di alzare le tasse, di aprire un ufficio... queste decisioni spettano ai rappresentanti del popolo.
Quindi il sistema ha, o dovrebbe avere:
1. cittadini virtualmente alla mercè dello Stato e dei suoi funzionari;
2. rappresentanti dei cittadini che, carichi di sovranità nazionale, hanno la "forza" e le "armi" per farsi paladini dei cittadini;
3. lo Stato, coi suoi funzionari, che deve vedersela con i rappresentanti dei cittadini prima di poter spolpare o angariare i cittadini stessi.
In altre parole i rappresentanti sono gli unici alleati dei cittadini contro lo strapotere dello Stato. Sono altresì l'acerrimo nemico dei funzionari pubblici. (E questo lo sanno tutti coloro che hanno rivestito qualche carica pubblica elettiva: il vero problema è ottenere una reale collaborazione da parte dei funzionari dell'ente.)
Questo vale nei rapporti economici e decisionali fra Stato e cittadino (tassazione e burocrazia), ma anche nella giustizia, nella difesa militare, nell'istruzione, nella salute, nei rapporti internazionali eccetera.
Eppure i demagoghi procedono ignorando questi dati di fatto...

... come si comporterà un funzionario pubblico, un rappresentante dello Stato, di fronte a chi attacca e danneggia i rappresentanti dei cittadini...? ovviamente gli darà corda, perché tutto ciò che danneggia il mio nemico è mio amico... tutto ciò che impedisce a qualcuno di impedire qualcosa a me io lo favorirò.
Un rappresentante eletto privo di qualsivoglia autorevolezza, e per giunta denigrato da coloro che dovrebbe difendere, come potrà svolgere con successo il suo compito difensivo? Non lo farà... il che lascerà campo libero a coloro che vogliono i cittadini alla loro mercede; a riprova: all'aumento dell'acredine antipolitica corrisponde, ormai da anni, un aumento nello strapotere dei funzionari, l'impossibilità conclamata di tagliare la spesa pubblica, l'aumento costante delle tasse... in altre parole un netto rafforzamento di tutto ciò che chiameremo Stato e istituzioni pubbliche; una loro inarrestabilità accompagnata a elusività e invisibilità degli agenti decisionali... non si sa chi decide, ma le cose accadono. Segno concreto che è lo strapotere dello Stato e dei suoi uomini a decidere tutto, non trovando alcuna resistenza.
Fa sorridere che spesso Grillo se la prenda proprio con lo Stato-funzionario, proprio con le posizioni di potere consolidate... crede davvero di danneggiarle attaccando la politica e spogliandola di credibilità? E invece fa esattamente il contrario.
Lo so che dico una bestemmia, ma solo una totale dedizione e fiducia verso un gruppo di uomini politici e verso ogni loro decisione/azione - per quanto inutile, faziosa o ambigua possa sembrare - potrebbe rovesciare le cose.

venerdì 17 gennaio 2014

Hollywood e le streghe - nuovi modelli di critica sociale

Per una serie di circostanze del tutto casuale, fra le quali prevale la noia, ho visto di recente, quasi di fila, quattro film hollywoodiani di recente fattura. Diciamo pure che si tratta di quattro film molto commerciali e appartenenti prevalentemente al genere fantascienza/distopia.
Si tratta di Elysium, In time, Hunger Games e Hunger Games 2.
Per quanto concerne il valore di questi film in quanto film (insieme di sceneggiature, costumi, scenografie, recitazione, regia) da uno a dieci assegnerei sei e mezzo al primo, quattro al secondo, sette al terzo e sei e mezzo al quarto. Ma non è di questo che volevo parlare, volevo parlare della distopia descritta in questi film.
In tutti i casi si tratta della descrizione di civiltà contraddistinte da una profondissima e pressoché incolmabile disparità sociale: masse di disperati da un lato, circoli elitari di super ricchi dall'altro.
E' evidente che siamo di fronte a film di genuina critica sociale nei quali le consuete (ma diciamo "vecchie") modalità di descrizione della disparità sociale sono completamente saltate. In particolare non esiste più alcuna forma di realismo o naturalismo che dir si voglia che fin dall'epoca del naturalismo francese dettava lo stile della critica sociale. Con questi film siamo invece tornati a qualcosa di più simile alla critica sociale per paradossi, quale si prefigurava all'epoca dell'index librorum prohibitorum: avanzare una critica, in assoluto censurabile dal punto di vista del potere costituito, ma collocandola in un contesto del tutto implausibile, se non apertamente criticato come impossibile e assurdo, per superare lo scoglio della censura. Affermare in premessa che quel che si va a dire è mera fantasia, ipotesi per assurdo... a questo assomiglia lo stile dei suddetti action movies. Il realismo, di converso, è divenuto stile di accettazione e di chiusura del singolo sul proprio mondo interiore, sulle proprie manie, rifiuto di affrontare in qualsivoglia modo il problema generale... basti vedere, uscito l'anno scorso, il film Viaggio Sola, di Maria Sole Tognazzi, con una narrazione all'insegna del quotidiano familiare, che si potrebbe dire realismo se alla tematica dell'indigenza economica sostituiamo quella dell'indigenza relazionale.
Comunque questo non è un blog di cinema, né di letteratura, ma di politica. Quindi il senso di questo post è che Hollywood, come in era Chaplin e Orson Welles, sta riproponendo in grande stile la tematica sociale... con modalità che ricordano il cinema di Welles e poco quello di Chaplin. Siccome in Italia le cose americane arrivano a mordere 4-5 anni dopo, possiamo forse aspettarci le distopie sociali un po' barocche per il... diciamo 2019?  

Segnali di decadenza: mentire sul poco per conto di...

Una supplente di italiano di mia conoscenza, da pochi giorni in una nuova scuola, deve partecipare agli scrutini relativi al primo quadrimestre di lavoro. Poiché nei mesi precedenti l'insegnante titolare si è presentata molto di rado, ma pur sempre chiedendo aspettative o malattia di breve periodo, il preside (assecondando una direttiva di ordine economico da parte del MIUR) ha cercato di sostituire l'assente usando le ore buche del corpo docente, anziché nominando un supplente regolare. Risultato: la classe non ha svolto nulla del programma previsto e non sono state fatte verifiche dalle quali risultino voti a registro sufficienti allo scrutinio del quadrimestre già concluso. E fin qui, nulla di eccezionale, ordinaria inefficienza della scuola italiana in tempo di crisi.
Ma ora viene il bello: l'insegnante precaria finalmente subentrata rileva al preside che
a. il programma non è stato svolto
b. non ci sono voti a registro sufficienti per lo scrutinio
Sul punto a. il preside non si pronuncia; sul punto b. il consiglio è il seguente: fare al più presto una verifica da cui ricavare almeno un secondo voto quadrimestrale in vista dello scrutinio e registrare tale secondo voto in una data compresa nel I quadrimestre (in sostanza retrodatare il compito, fosse pure in una data in cui la supplente non era ancora stata nominata...); anche perché, aggiunge il preside, il sistema del registro elettronico non ammette voti a valere sul primo quadrimestre con data successiva alla fine del quadrimestre stesso.
In pratica l'intero sistema chiede alla supplente di "mentire" sulla data di realizzazione della verifica per ragioni di opportunità e di tecnicità.... occorre nascondere l'inefficacia delle scelte compiute dal preside.
Mi vengono in mente di nuovo i miei cari russi e in particolare la kafkiana burocrazia zarista: stando ai registri tutto risulta regolarmente svolto, senza possibilità di errore; il risultato tuttavia è nei fatti un disastro su tutta la linea. Manca solo, ma arriverà, un funzionario incaricato di indagare il motivo dello scostamento fra risultanze a registro e inefficienza dei risultati... che è esattamente l'immagine, l'allegoria definitiva della burocrazia inefficiente: tutto è registrato, tutto è controllato, tutto è verificabile e nulla funziona.
Bene. In capo a tutto questo c'è però una cosa, che è sempre la stessa, in ogni epoca e in ogni continente: la menzogna richiesta a un anello della catena, in genere il più debole e ignaro.
Ovviamente ho consigliato alla mia conoscente di non mentire nemmeno sul poco, di realizzare subito la verifica necessaria ma di registrarla con data corretta, portando a scrutinio le inadempienze verificatesi nel primo quadrimestre.

venerdì 10 gennaio 2014

Segnali di decadenza: i farmaci miracolosi

A metà degli anni Novanta l'AIDS era ancora la più temibile minaccia per la salute mondiale. Non esistevano i farmaci retrovirali e i malati di AIDS, quelli ricchi e potenti, erano all'affannosa ricerca di un rimedio che li salvasse da un'orribile fine.
Fu in quel contesto che un team di scienziati armeni iniziò a sperimentare sui malati un nuovissimo farmaco: l'"armenicum", senza aver mai concluso una fase sperimentale condivisa da e con la comunità scientifica internazionale.
L'armenicum era un esperimento iniziato negli anni ottanta, elaborato ma non sperimentato e comunque estraneo ai circuiti scientifici. Subito dopo aver iniziato a usarlo, gli armeni sostennero di aver trovato la cura per l'AIDS e centinaia di malati si recarono effettivamente a Yerevan, in cerca di speranza.
In realtà nessuno ha mai dimostrato scientificamente - dati alla mano - che l'armenicum funzionasse. Si parlava, e si parla ancora, di favolose guarigioni e di misteriosi decessi, con tanto di occultamento di cadaveri.
Più peculiare ancora è il fatto che in Armenia, e limitati dintorni, l'armenicum fosse spacciato, sia durante l'utilizzo come anti-AIDS che in seguito, come panacea universale contro virus, batteri e quant'altro. E' un'idea proprio levantina questa del farmaco unico per tutte le malattie: viene in mente un film, Il mio grosso, grasso matrimonio greco, nel quale il padre della sposa (greca) è convinto di poter curare qualunque malanno con un liquido lavavetri.
Ma viene in mente anche l'attuale dibattito sulle favolose, e mai provate, potenzialità (ma si grida invero all'effettività) delle cellule staminali, un'invenzione "made in Italy", con la quale sarebbe possibile guarire una serie infinita di terribili malattie.
Ecco un altro segnale di decadenza nazionale: l'esaltazione popolare per le staminali. Della decadenza ha tutti i sintomi e i corollari: l'insofferenza a ogni critica, il complesso persecutorio e complottistico verso presunti affamatori e sfruttatori del popolo, l'odio per l'ammanicamento della politica, l'insofferenza per ogni argomento razionale e scientifico (ivi compresa l'ostilità per la sperimentazione su animali), l'allegato di leggende su favolose, ancorché non più dimostrabili, guarigioni.

giovedì 2 gennaio 2014

Su immediatezza e destino come strumenti del Sublime

Un dogma dei 5 stelle: l'immediatezza della partecipazione on-line.
L'immediatezza come strumento persuasivo foriero di consenso politico è equivalente al "destino" della nazione, del popolo. Come nel destino, Zeitgeist del popolo, il singolo realizza compiutamente, per l'apporto suo e degli altri, una causa comune inevitabile e imprescindibile (causa finale e iniziale), così nell'immediatezza telecomunicativa il singolo si realizza nell'atto collaborativo stesso. L'immediatezza in tal senso è un'anticipazione nella sfera del singolo di quel destino che alla fine si affermerà nella sfera collettiva. La propria piccola rivoluzione...
Ovviamente entrambi, il destino e l'immediatezza sono artifici retorici, perché il destino resta sempre imperscrutabile e l'immediato è sempre mediatissimo. La loro caratteristica è di appartenere al registro Sublime, giacché non persuadono o convincono rendendosi comprensibili, raggiungibili da chiunque ascolti, ma piuttosto esaltano, trascinano implicando pensieri elevati, passioni indomabili e linguaggio audace.

Per altro verso, "la propria piccola rivoluzione" è un perfetto sistema di dominio, poiché appaga il singolo senza realmente cambiare il mondo. E' l'equivalente dell'epicureismo o dello stoicismo dei nostri giorni: una filosofia privata, che aiuta a vivere meglio e non disturba il potere.

Italia: contabilità vs strategia, segnali di decadenza

L'Italia non è più capace di strategia, ma solo di contabilità. E anche quest'ultima, alla meglio.
Gli ultimi due governi, Monti e Letta, lo dimostrano in pieno... in entrambi gli esecutivi la prima preoccupazione del premier è sempre stata la rassicurazione dei mercati in merito ai conti pubblici. Quasi che il presidente del consiglio fosse prima di tutto un buon contabile, un ragioniere su cui fare affidamento.

Ma sarebbe iniquo ridurre a Monti e Letta il problema "contabilità versus strategia". La strategia pubblica è assente in Italia da molto tempo, dagli anni settanta forse.
Berlusconi era un buono stratega nell'ordire i propri interessi e nel predisporre campagne elettorali. Purtroppo non ha mai impiegato alcuna "strategia" nel governare il paese; non ha perseguito un disegno ambizioso per il bene collettivo, per l'identità nazionale, ma solo per il proprio tornaconto personale... e questo è il vero segno di decadenza;
Una strategia di governo non può coincidere con la razionalizzazione di un istinto di sopravvivenza... com'era in Berlusconi. Dev'essere piuttosto la razionalizzazione di un atto di pura fede; l'ingegnerizzazione umanistica di qualcosa di fortemente creduto dallo stratega.

Mi capita talvolta di pensare che cosa avrebbero potuto realizzare alcuni (tristemente) celebri onnipotenti della storia, se solo non avessero ceduto all'ambizione personale, all'avidità o a un frainteso concetto di razionalità. Stalin, per esempio, fece quel che fece per sete di potere, per timore di perdere il potere o perché ci credeva veramente? In quest'ultimo caso possiamo dire che applicò veramente un strategia; nei primi due casi sarebbe invece istinto di sopravvivenza.
Ma cosa non avrebbe potuto fare Stalin se solo avesse applicato una strategia diversa...?; o se non avesse pensato esclusivamente all'autoconservazione.
D'altronde Hitler può essere considerato in tutto e per tutto uno stratega, sebbene la sua strategia fosse aberrante e fallimentare. In Hitler mancò la fase di "razionalizzazione" (il logos, direbbe qualcuno) del puro atto di fede; in Hitler c'era solo il puro atto di fede - nella razza, nel fondamento biologico del potere - e la pretesa che tale fede dotata di imprimatur positivista (per non dire scientifico) - potesse razionalizzare il mondo. Ecco l'errore di Hitler e dei suoi contemporanei positivisti e scientisti: identificare strategia e razionalizzazione. La strategia emerge da un atto di fede razionalizzato, ma applicare una strategia non significa necessariamente razionalizzare il mondo. Il mondo non è un atto di fede, se lo fosse potrei far scomparire gli altri schioccando le dita... (cosa che Hitler cercò di fare).

Per tornare all'Italia, quale sarebbe un cenno strategico? Banalmente: il farsi pionieri in qualche ambito del governo della cosa pubblica, della giustizia, dell'educazione, della rappresentanza. Farsi pionieri significherebbe adottare un sistema teorico che nessun altro paese ha ancora adottato in risposta a uno specifico problema nazionale.

[Quello che invece purtroppo accade nel migliore dei casi è di copiare una soluzione, o un metodo consolidato, escogitato da qualche altra parte per risolvere un problema italiano che assomiglia, ma perlopiù non può coincidere, al problema impattato dalla soluzione straniera.]

In altre parole, strategia di governo significa tentare empiricamente una soluzione diretta su un problema, per come tale problema si presenta all'osservazione e all'analisi. Non riferendosi alle soluzioni escogitate da altri per problemi apparentemente simili. Strategia è mettere le mani in pasta, sporcarsi le mani, pensare a un problema anziché alla sua possibile indicizzazione e catalogazione. A tale proposito, esiste un'analogia fra la burocrazia del sapere accumulativo propugnato dalle nostre patrie università, e la mancanza di strategia dei nostri governi. Il sapere accumulativo-archivistico delle facoltà di diritto e lettere, ma anche di economia e ingegneria, se pure risulta scientificamente corretto (ma anche siffatta categoria è un esito di comodo, una mera convenzione accademica) e facilmente trasmissibile, è del tutto inadeguato a formare strateghi. Serve a formare discreti contabili molto bravi a indicizzare e catalogare. Monti e Letta. E a questo solo siamo...

Esiste poi una forma degenerata di strategia in politica: quella del burocrate che si sente imprenditore. Il rappresentante eletto o il potente dirigente pubblico che "ricerca fondi" per "realizzare grandi opere" le quali "promettono di ripagarsi e di rendere proventi". Si tratta, com'è evidente, di un'immane bestialità. La strategia di cui ho parlato più sopra riguarda la visione complessiva del paese in cui si vorrebbe vivere, del suo profilo morale, economico, culturale, politico, democratico... la visione di cosa una collettività dovrebbe essere, incluso il maggior numero possibile di dettagli. La si realizza principalmente operando sulle persone, sui rapporti di potere fra decisori e cittadini, sulle motivazioni e egli obiettivi di decisori e cittadini... non realizzando cubature o chilometri di strade e tracciando alla meglio un business plan. Un politico non dovrebbe essere un finanziatore di start-up infrastrutturali, ma un esperto di esseri umani e di felicità.      

Determinismo e videogiochi

Il videogioco di strategia politico/militare, Civilization per esempio, è un buon esempio di incompletezza degli insiemi. Il videogioco str...