mercoledì 30 ottobre 2013

aspettando Robespierre (e perso Monti...)

In Italia, aspettando Robespierre, si tagliano teste (mediaticamente) un po' a caso. Robespierre taglierà sistematicamente.
Io penso che Monti sia stato la cosa più simile a Robespierre che abbiamo avuto da molti anni a questa parte. Per questo è caduto tanto in disgrazia presso grandi e piccoli elettori. Bastano queste sette cose a far capire quanto fastidio abbia dato (un fastidio che né Letta, né i 5 stelle, né Renzi, credo, riescono o riusciranno a dare):
1. l'IMU sulla prima casa: la sacrosanta tassazione del patrimonio accumulato (Robespierre 1)
2. la legge Severino (senza commento, Robespierre 2)
3. la scure sui soldi ai gruppi regionali, sia pure aiutato da scandali "fortunati" (Robespierre 3)
4. la legge di stabilità 2012 con il divieto per gli enti locali di costituire nuove società partecipate (poltronifici) e l'obbligo (disatteso) di sciogliere progressivamente le società in essere non strategiche.
5. Il limite dei 1000 euro sui contanti (tanto per farsi odiare dai commercianti).
6. Il controllo sistematico del fisco su tutti i conti correnti.
7. (non gli è riuscita, stava proprio esagerando...) il taglio delle province.

Se qualcuno si stupisce della damnatio memoriae su Monti, basta che si rilegga questi sette punti e ne avrà minuta contezza....
Gli italiani, beoti e approfittatori, inneggiano ai demagoghi antistatalisti e antipolitici di turno, ma quando si imbattono in qualcuno che davvero limita benefici e rendite di posizione, subito l'odiano e vogliono liberarsene...

martedì 29 ottobre 2013

Prima di Grillo, scrivevo su Berlusconi: "e gli italiani scelsero il caos"

'Mi affascina, lo ammetto, l'interrogarsi dei media stranieri sulla situazione politica italiana. Gli aggettivi si sprecano, in pura tradizione anglosassone: grottesco, surreale, patetico, incredibile, pittoresco, sbalorditivo, incomprensibile eccetera. A guardarla con un po' di gelo, la situazione italiana non è poi così incomprensibile. Tuttavia è alquanto singolare. Abbiamo due schieramenti: l'ordine e il caos. Nessun paese li ha. Quasi tutti i paesi hanno o due schieramenti dell'ordine (Germania, Gran Bretagna e altri) o due schieramenti del caos (nordafrica, Iran, centroamerica, ucraina, caucaso); gli USA, con i Tea Party potrebbero avere uno schieramento del caos, ma per il momento hanno due schieramenti dell'ordine. 
Che cos'è uno schieramento dell'ordine? E' un partito ordinato, con tutte le sue belle file, le sue gavette di partito, la gente che si iscrive al liceo e incolla manifesti o prepara volantini, poi dirige la sezione giovanile, poi entra in qualche ente/sindacato o in qualche comune o provincia e poi in regione o in parlamento e così via. In Italia sono così il PD e, in parte, la Lega. 
Un partito del caos è un partito dagli esiti al tempo stesso rivoluzionari e imprevedibili. Può essere guidato da uno solo (come in Italia il pdl) o da un gruppo in cerca di leader (un po' come il tea party americano). Nel partito del caos la carriera politica è arbitraria/casuale; la gavetta non serve a niente e non ha alcun valore perché i sostenitori del partito del caos sono rivoluzionari in fondo all'animo, vogliono che una o pochissime persone estirpino tutte le categorie, le articolazioni e gli ordinati privilegi che sembra loro di scorgere nei partiti dell'ordine. E, cosa più importante, non guardano ai metodi: ogni mezzo è buono per distruggere l'ordine, come vuole, appunto, il caos. Ma gli amici del caos sono anche imprevedibili perché guidati dalla volontà di uno solo (che per definizione è imprevedibile) oppure perché ondivaghi, facili al cambiamento nei metodi, sebbene indefettibili nel mirare a distruggere. Il distruttore, il paladino del caos, può servirsi di qualunque mezzo. Chi vuol far carriera nel caos dev'essere solo vicino al distruttore e assecondarne lo slancio distruttivo. Per il resto essi non contano, contano meno di nulla; guadagnano importanza se diventano essi stessi mezzi di distruzione (come le veline promosse a ministre e deputate): cancri devastati del valore e del funzionamento delle istituzioni. 
 Votando Berlusconi gli italiani hanno, con cognizione di causa, scelto il caos. La riprova? I conservatori che l'han votato non sono (perlopiù) affatto sconcertati dall'immoralità del nostro. Perché? Ma è ovvio, perché quell'immoralità fa parte del caos che essi hanno votato. L'hanno votato per quello: perché portasse scompiglio, criticasse i poteri dello Stato, facesse il gradasso con chiunque occupi ordinate posizioni di prestigio socio-economico, lentamente guadagnate, sudate oppure attese in fila o ancora ordinatamente ereditate ma comunque consolidate, autorevoli, paludate. 
In Berlusconi voleva esservi la vera rivalsa di chi non ha avuto voglia di studiare, o di chi non ha potuto farlo, di chi ha passato tanti guai economici inframezzati da rari successi, di quanti vedono nello stato di diritto una grande truffa ai propri danni. Berlusconi non deve fare nient'altro che portare scompiglio, che sputare sulle istituzioni, pisciare sullo stato, cagare in testa ai parrucconi. Se lo fa i suoi elettori lo amano e lo premiano. Forse alcuni speravano che Berlusconi decostruisse i privilegi con leggi opportune che scardinassero il potere e l'ordine di intere caste, che sbaragliasse il cartame dei boiardi di stato. Ma è ormai evidente che egli non vuole o non ha tempo di farlo. Preferisce spaccare tutto a calci: dove non arriva l'intelletto può arrivare il braccio, la stupidità. E tant'è: agli elettori va bene lo stesso, basta che il colpo vada a segno. Per questo egli fa quel che fa. Se non lo facesse deluderebbe i sostenitori del caos. Domanda: come se ne esce? Ci sono due modi: o tutti i partiti si danno al caos o tutti si danno all'ordine. A oggi la prima ipotesi è plausibile ma poco auspicabile, la seconda auspicabile ma poco plausibile. Ecco tutto, cari stranieri."'

[gennaio 2011, cit. da "BastaBerlusconi"]
Bene, il Movimento 5 stelle deve ancora decidere se appartenere al caos o all'ordine. Finora è stato del caos, e nel caos ha senso... diventerà dell'ordine?

mercoledì 23 ottobre 2013

"Effetto peste"

Ieri parlando con un collega sessantenne e poi come relatore di fronte a un'assemblea folta di altrettanto attempati, mi sono reso conto di una cosa: una delle cause dello sfascio italiano è l'"Effetto Peste". Nel Decamerone un gruppetto di giovani fiorentini si rifugia fuori città per sfuggire la peste. In vista della prossima dipartita i giovani si raccontano storie, si danno alla crapula e al divertimento.
Bene, in Italia oggi succede qualcosa di abbastanza simile, pur con rilevanti differenze. La somiglianza sta nel fatto che molti sessantenni (non tutti - è importante ricordarlo) affrontano il presente e il futuro in un'ottica pestilenziale:
"Cosa mi importa di inquinare il paese? fra qualche anno sarò morto, ci penserà chi viene...."
"Quasi quasi, con quello che ho accumulato mi licenzio ora, coi risparmi campo quei sei-sette anni finché non ho diritto alla pensione e che il mondo vada a rotoli..."
Ogni legge mirata a una migliore convivenza civile, a un miglior sistema sanitario, a un maggior rispetto dell'ambiente, a una maggiore equità generazionale è guardata con sospetto, irritazione o indifferenza.
Dagli anziani di destra ogni investimento o progetto di medio-lungo termine è vissuto come assurdo, stupido, illiberale e bollato come costruttivista, statalista, falsoprogressista.
Dagli anziani di sinistra analoghe azioni sono bollate come furbesche, interessate o guardate con sobrio paternalismo disinteressato, in realtà ostile; ancor peggio spesso son viste come idee capitalistiche, sfruttatrici, moderniste e inique.
In Italia il 33% della popolazione ha più di 55 anni. In gran parte si tratta di individui scarsamente interessati a ciò che avverrà fra 20 anni ma che in ogni caso non ha intenzione di investire energie, attenzione, tempo, coraggio in progetti di tale fatta. Che è disposta tutt'al più a barattare un po' di queste cose con progetti a 12-24 mesi, a farla lunga. Ecco la ragione dello sfascio italiano.

Un'altra modesta proposta, a tale riguardo, sarebbe quella di cambiare il meccanismo di voto: una testa un voto andava bene in società giovani e calde; in società vecchie e fredde non va più bene. Io propongo quindi di pesare diversamente i voti:

individuo 18-25 anni:                   il voto vale 1,25
individuo 26-45 anni:                   il voto vale 1
per ogni figlio minorenne:             il voto vale +0,5
individuo 46-59 anni:                   il voto vale 0,85
individuo >= 60 anni:                   il voto vale 0,65

Basterebbe creare schede di voto per ciascuna tipologia e consegnare quelle corrette al votante nel momento in cui questi si presenta al seggio.
Proposte di voto demografico (soprattutto in riferimento ai figli minorenni) sono già state formulate (vedi Demeny voting). Si veda per esempio: http://lettura.corriere.it/debates/non-e-giusto-che-tutti-i-voti-siano-uguali/
In generale l'idea che i minorenni non possano votare, né conti qualcosa di più il voto di chi deve preoccuparsi di loro, mi sembra un'aberrazione. In Italia la situazione è ancora più squilibrata se pensiamo che moltissima forza lavoro con meno di 45 anni è straniera e priva di diritto di voto. In tali condizioni gli se escludiamo i minori (18% della popolazione) e gli stranieri, gli ultracinquantacinquenni potrebbero essere, a spanne, il 50% dei votanti.

lunedì 21 ottobre 2013

Sulla riforma della giustizia: una modesta proposta

Si parla di riforma della giustizia. Una riforma ci vorrebbe, ma molto diversa dalle voci che circolano. 
Ci vorrebbe soprattutto un sistema maggiormente preventivo. Se è vero che chi ha già commesso un crimine ha molte più probabilità di commetterne altri rispetto a chi non ne ha mai commessi, allora dovrebbe esistere un'aggravante per chi commette volontariamente il suo primo reato. La gente incensurata dovrebbe avere enorme paura di commettere un crimine rischiando di pagarlo assai più salato di un quanto non sconterebbe un criminale incallito. Siano puniti duramente e senza sconti gli incensurati; si usi invece ritegno e pietà verso i recidivi, il cui destino appare ormai segnato invariabilmente.
Invece la giustizia italiana fa esattamente il contrario. Gli incensurati se la cavano con pene risibili e i recidivi con pene sempre più gravi. Ma in questo modo si punisce la natura umana anziché le cattive propensioni del libero arbitrio: un fatto senza senso.

giovedì 17 ottobre 2013

Inciso sulla critica politica postmoderna

Su gesti e occasioni dei 5 stelle valga quanto già detto in merito alle parole: contano di più i rimandi, le correlazioni diacroniche o citazionali, che il significato vero e proprio, nel contesto, nelle intenzioni.
Questa piega postmoderna della critica al movimento 5 stelle mi dà il destro per un breve inciso sulla decadenza italiana. Da un lato sono a chiedermi se ogni critica a ogni movimento politico sia necessariamente postmoderna; dall'altro se invece solo alcuni movimenti politici si attirino una critica postmoderna, mentre altri la incarnino a tal punto da non poterne diventare oggetto.
Questa seconda mi sembra l'idea giusta. Il PD, per dirla tutta, è la quintessenza del partito postmoderno. Così teso sempre ad assomigliare in tutto a X o nel non assomigliare in nulla a Y.
Viceversa il Movimento 5 stelle, come ogni movimento rivoluzionario in nuce, non può che essere oggetto di una critica postmoderna. Sbaglierebbe a esercitarla su altri, dal momento che ciò che deve interessargli è la storia anziché i libri di storia.
L'eccesso postmoderno nella critica ai 5 stelle funziona nella misura in cui infittisce la cortina di fumo sulle premesse, nell'esaltare il metodo sul merito, relegando quest'ultimo al dimenticatoio.
Non funziona invece - ma ciò è tipico del pensiero postmoderno - nel recare detrimento ai propri obiettivi. Nessuno crede davvero che Grillo sia fascista perché bolla qualcuno come "stronzo" durante un comizio. L'ascoltatore/lettore coglie immediatamente il risvolto postmoderno nell'osservazione e quindi può aderirvi per ragioni di orgoglio o superbia intellettuale, di antifascismo innato sempre e comunque, ma non arriva a ritenere che, in forza di quello "stronzo" Grillo sia davvero fascista... e per varie ragioni tutte in atto contemporaneamente: perché il fascismo è finito e perché erano altri tempi, perché Grillo non indossa la camicia nera, perché non è pelato ecc...
La critica politica postmoderna è un altro segno di decadenza nella vita pubblica italiana. La sua mancanza ci precipiterebbe in un contesto un po' anglossassone, americano, così naif. Ci si prenderebbe sul serio, parlandosi, parlando di progetti politici. Così non è coi 5 stelle.

mercoledì 16 ottobre 2013

Due o più parole sui 5 stelle / o del Metodo

Ammettere le premesse e il corollario descritti nel post precedente ci porta finalmente a discutere del metodo proposto dal Movimento 5 stelle.
Ovviamente ciò è vero rispetto al merito considerato. Vi sono altri temi, diversi dai problemi economici e morali dell'Italia, sui quali vi sono ampie divergenze all'interno del Movimento stesso (penso all'immigrazione, all'indulto, ecc...) il problema è che tutti questi diversi temi sono in realtà estranei al motivo per cui il Movimento 5 stelle è nato. Sono in qualche modo sovrastrutture: a dimostrazione di ciò: la principale argomentazione del Movimento su ciascun tema "secondario" è che i politici al potere (vedi premessa seconda e corollario) non hanno saputo risolverlo fino a oggi. Quindi in sostanza anche questi meriti, e altri che venissero, ricadono nei casi già descritti e chi è d'accordo sui casi già descritti difficilmente potrà non ammettere che in effetti tali problemi secondari non sono stati risolti.
Ma torniamo al metodo.
Osservo per inciso che la maggior parte degli editorialisti dei giornali invisi al Movimento (ma forse è ancor peggio nei giornali simpatici al Movimento, se esistono) concentrano il loro focus sul metodo dell'azione 5 stelle. Bersaglio di ogni critica e di ogni sarcasmo sono soprattutto il tono (volgare, arrogante, irriguardoso, ecc. ecc.) del Movimento 5 stelle e del suo leader carismatico, le parole, i gesti, le occasioni.
Sul tono ritorno avanti.
Sulle parole, vale notare che di rado interessa alla critica la connotazione lessicale, cioè il preciso significato delle parole usate dai 5 stelle (e dal loro leader) - così come si evince dal contesto o da ulteriori precisazioni degli stessi. Più spesso interessano le sfumature della denotazione, i significati secondari, apparenti, affini o storicamente sedimentatosi su ogni termine; le parole dello stesso Grillo sono spesso analizzate nei loro rimandi ad altri contesti narrativi o semantici, anziché per appurarne il valore semantico nel contesto in cui vengono utilizzate. Le parolacce ad esempio venivano ricondotte dai primi osservatori alla corrività fascista e mai lette come indicatori di un elevato livello di insofferenza rispetto a un determinato tema; tanto più che non in ogni post sul blog comparivano parolacce, quindi poteva avere un senso notare dove esse comparivano e perché.

lunedì 14 ottobre 2013

Due e più parole sui 5 stelle / o del Merito

Ho discusso per qualche minuto con un collega - un tipo idealista e piuttosto incline ad abbracciare le cause dell'ecologia e dello scetticismo verso la modernità (io li chiamo "quelli della mela verde"). Costui, con un passato nel centro-sinistra, misurando le parole e dopo una tormentata circonvoluzione, mi ha chiarito che in fondo gli unici coerenti, secondo lui, e gli unici innovatori sono in effetti i 5 stelle.
E io, che dei 5 stelle ho visto tanti difetti fin dal primo giorno (sono ben elencati qui: http://www.quitthedoner.com/?p=1268), siccome mi faccio prendere dal dubbio, mi son messo a pensarci su.
La premessa prima, su cui occorre trovarsi tutti d'accordo, è che le cose siano davvero disastrose come i 5 stelle le descrivono: paese allo sfascio, di fatto in default (bellino DiFattoInDeFault), corruzione a tutti i livelli, incompetenza, ladrocinio.
La premessa seconda, su cui occorre avere un accordo di massima è che la colpa dei fatti di cui alla premessa prima sia (almeno in buona parte) della classe politica e dei partiti politici (intesi come il 5% di persone che restano dopo aver sostituito il 95% degli esponenti) che hanno ottenuto molti voti negli ultimi vent'anni.
Chi sia d'accordo su queste due premesse indubbiamente può muovere ai 5 stelle solamente obiezioni di metodo, non certo di merito. Be', mi si dirà, è poca cosa (nemmeno tanto poca dico io)
Obiezione più forte sarebbe questa: d'accordo su queste premesse, ma chi mi dice che eliminare la classe politica di cui alla premessa due, sia sufficiente a cambiare le cose?
Risponderei: ovviamente nessuno. Le due premesse implicano solo che sia necessario farlo; non dimostrano che sia anche sufficiente. Mettiamo da parte questo fatto, per ora, ché ci torna buono dopo...

Dunque ammesso che sia necessario il merito posto dai 5 stelle, soffermiamoci sul metodo.
Prima di farlo occorre analizzare uno dei corollari alla premessa seconda: "La classe politica responsabile dello sfacelo non ammette in alcuna maniera tale responsabilità; tende ad attribuirla a terzi. Si considera, in malafede (o in buonafede, non fa differenza, vedi dopo), estranea agli errori e pertanto non ritiene necessario ritirarsi in buon ordine. Preferisce invece mantenere il proprio potere e i vantaggi economici connessi"
Io credo che questo corollario non possa essere rifiutato da quanti ammettono la premessa prima e seconda. Se infatti la classe politica si considerasse responsabile dei danni prodotti dovrebbe dar segno di responsabilità e lasciare la scena, i partiti dovrebbero sciogliersi e rifondarsi (e questo in parte succede senonché quando cambiano i partiti lo si fa per non cambiare gli uomini, vedi pdl, e quando si cambiano in parte gli uomini lo si fa per non cambiare la struttura dei partiti, vedi pd). Invece questo non accade, se non in modo parzialissimo e poco trasparente. Mi si dirà: perché un politico fallimentare dovrebbe lasciare? Da cosa gli deriva tale dovere? Rispondo: perché è intrinseco al meccanismo democratico che chi fallisce lasci o non venga riconfermato. La democrazia si basa, o dovrebbe basarsi, sulla valutazione dell'operato molto più che sul fascino o sul carisma del nuovo.

Un'altra obiezione è questa: può darsi che la classe politica attuale si consideri responsabile dei danni prodotti, ma decida (in buonafede, vedi sopra) di non lasciare; non tanto per mantenere i vantaggi economici annessi al potere ma per cercare di rimediare ai danni prodotti. Questo problema mi pare irrisolvibile: le private intenzioni sono troppo numerose e aleatorie per entrare con qualche legittimità in un dibattito politico... [continuo nel prossimo post]        

mercoledì 9 ottobre 2013

L'errore dell'imprenditore

Il principale abbaglio della classe imprenditoriale che ha dato il suo sostegno a Berlusconi è dovuto a un'erronea valutazione del Berlusconi imprenditore più ancora che all'incapacità di vedere gli interessi privati del Berlusconi politico. L'attività politica è sempre mascherabile... se non fai qualcosa, o la fai male, puoi sempre dire che è colpa dell'opposizione o dei magistrati, dei complotti internazionali o di chicchessia.
Ma la storia imprenditoriale di Silvio l'avevano sotto gli occhi, e si sono fermati alla superficie.
Come poteva modificare in senso liberale il paese un uomo che ha costruito le proprie fortune proprio sull'illiberalità italiana, gli intrichi politico-aziendali, le corsie preferenziali dei politici ai loro amici? Come avrebbe potuto un imprenditore di tal fatta mettere fine al rapporto fra politica e impresa che impesta questo paese?
Ma, mi si dirà, una cosa è la simbiosi perversa fra impresa e politica, altra cosa la sostanziale illiberalità del sistema burocratico italiano. E io dico che in effetti si tratta di due meccanismi analizzabili separatamente ma che agiscono ciascuno come motore occulto (sotto il cofano) dell'altro.
L'intrico burocratico e vessatorio richiede che l'impresa ricerchi vie preferenziali attraverso il canale politico; una volta che le ha trovate si serve dello stesso intrico burocratico proprio per legalizzare l'indebito vantaggio acquisito e per non doverlo più cedere... almeno fino a quando a qualcun altro non sia concessa una via preferenziale che riavvia il procedimento. Com'era possibile che un uomo che conosceva perfettamente questo sistema, questo "ambiente", per averci vissuto e prosperato a lungo, decidesse di sterilizzarlo?
Com'era possibile crederlo? Questo mi chiedo. E non trovo risposta se non nel fatto che il desiderio di emulazione superi la capacità di ragionare: poiché Silvio aveva raggiunto l'apice del modello imprenditoriale italiano - leggi: la più perfetta realizzazione del connubio impresa-politica - ergo Silvio avrebbe sparso il suo potere e il suo sapere su tutti gli altri... benché invece proprio sul non dare alcuna possibilità a nessuno si basasse il connubio.

lunedì 7 ottobre 2013

Budget americano, democrazia e Magna Charta

In Italia nessun editorialista, che io sappia, si è soffermato sul cosiddetto fiscal standoff americano per paragonarlo alla situazione italiana. In sostanza il sistema americano dice che il governo non può spendere più di quanto incassa, né incassare di più, senza ottenere il permesso espresso da parte del congresso. Non c'è il permesso del congresso? Allora il macchinario si ferma, stop stipendi, stop ai fornitori, stop a tutti. Nessuno vede più un soldo dai contribuenti.
Muble, muble, che cosa mi dice mai questo?, Cos'è 'sto strano ordinamento, balzano e curioso.... possibile che si siano inventati una cosa siffattamente astrusa e complicata?
Ma to', ci sono! E' l'essenza stessa, l'anima vera e propria della democrazia. Questa è, signore e signori, e nessun'altra... e solo i paesi anglosassoni ce l'hanno e ce l'hanno da quando un certo re Senza Terra ("il re fasullo d'Inghilterra") fu costretto a firmare un foglio dal titolo pomposo di "Magna Charta Libertatum". La qual carta diceva, in buona sostanza, che il re facesse pur quel che voleva, ma se aveva intenzione di chiedere nuove tasse ai suoi nobili vassalli, doveva chiedere loro il permesso (all'assemblea che li rappresentava) ed ottenerlo a maggioranza! E basta.
Così ancora oggi, se un governo federale indende tassare i suoi cittadini deve chiedere loro il permesso, deve chiedere il permesso al congresso che li rappresenta. E se il congresso non dà il permesso si chiude baracca e burattini.
Orbene, paragoniamo questa situazione a quella italiana, o a quella della nostra cara Unione Europea, se vogliamo. Esiste la possibilità nel nostro paese o nella nostra Unione che un organo rappresentativo del popolo presuntamente sovrano sottragga all'autorità governativa il diritto di riscuotere tasse e di usarle per spendere più o meno quattrini? Che io sappia non esiste; la finanziaria annuale non prevede un voto su tutto il bilancio dello stato, come nel caso del budget americano e del fiscal cliff. Nell'Europa continentale il diritto acquisito da parte dello Stato e dei suoi attori prevale nettamente sulla possibilità di veto del parlamento.
In realtà, in riferimento al primo e più importante punto della Magna Charta, noi europei "del continente" viviamo ancora in uno stato autoritario, nel quale i governi decidono unilateralmente che si va avanti così... nel quale ai cittadini è concessa parola sui dettagli secondari, ed anche lì con minacce e prospettate catastrofi imminenti.
Altroché morta. La libertà non è ancora nata. Viva la libertà.

venerdì 4 ottobre 2013

Segnali di marginalità

Sono attirato dal tema della "decadenza". (Che ovviamente nulla ha a che fare con il "decadentismo")
Mi riferisco alla decadenza nazionale, alla sebbene-già-estesa-pur-sempre-accentuandosi, marginalità italiana. Raccoglierò d'ora innanzi su questo blog tutti i sintomi significativi di marginalità e decadenza che mi capitasse di riscontrare o nella mia vita e attività quotidiana in una città di provincia (quale è Padova), ovvero durante la mia attività d'autore o da ciò che leggo sui giornali.
Per esempio è un segno di marginalità, sebbene non troppo significativo, il fatto che i giornali on-line italiani riportino le prime pagine dei giornali stranieri ogniqualvolta in Italia accada un evento di portata travalicante i patri confini. Quasi a dire: "che roba! l'Italia sta sulla home page del New York Times!". Una goduria per giornalisti che frustra e umilia l'italiano qualunque. O peggio ancora: "vedete, se c'è un disastro del genere gli stranieri parlano dell'Italia", che ha un retrogusto querulo e impotente...

giovedì 3 ottobre 2013

Vivo a Padova

Vivo e lavoro a Padova, una città di medie dimensioni nell'orizzonte italiano. Una città di provincia.
Della città di provincia, Padova ha molti difetti e molti pregi. Fra i pregi c'è la possibilità del genio isolato, il bisogno di riscatto di quanti riconoscono i limiti dell'orizzonte in cui sono nati e cresciuti. E l'ambizione, il desiderio di crescere, progredire migliorarsi.
Si parla ovviamente di casi isolati che ricavano la propria forza esattamente dall'isolamento; che comprendono di dover attingere a fondo da se stessi se vogliono uscire dalla melma che li circonda.
Nelle città non di provincia, dove ambizione e slancio sono la norma del comune sentire, accade a molti che l'emersione sia troppo a portata di mano, troppo facile e ordinata per richiedere lo sforzo anarchico e creativo necessario al giovane di provincia.

Numerosi sono i difetti della provincia, ed elencarli è molto noioso.
Uno grande è lo sguardo costantemente rivolto al passato, ai risultati raggiunti, al consolidato, al sottoscritto e convenuto. Nelle zone di provincia, laterali, ordinarie, le situazioni consolidate hanno una forza indescrivibile, immane. Quel che conta parlando con qualcuno è la storia dell'interlocutore, la sua ascendenza, il suo trascorso, non la sua prospettiva, il suo slancio.
Nelle città di provincia solo gli amanti si guardano negli occhi. Perché gli occhi dicono pur sempre ciò che vorremmo essere. E in provincia ciò che vorremmo essere non interessa a nessuno.

Talenti dall'estero e strage dei migranti

Leggo il corriere on-line in data odierna.
Sulla colonna a destra "Internet days" quindi la foto di due orologi di nuova generazione ("smartwatch"). Sotto, il titolo stucchevole: "Innovazioni Made in Italy delle quali andare fieri" e più sotto ancora: "Donadon: 'dobbiamo attirare talenti dall'estero'", mentre in alto campeggia la strage dei migranti al largo di Lampedusa.
Una cosa è certa: quelli che dovremmo attirare dall'estero non vedranno di buon occhio la fine di quelli che abbiamo già attirato...

Determinismo e videogiochi

Il videogioco di strategia politico/militare, Civilization per esempio, è un buon esempio di incompletezza degli insiemi. Il videogioco str...