mercoledì 24 luglio 2019

Determinismo e videogiochi

Il videogioco di strategia politico/militare, Civilization per esempio, è un buon esempio di incompletezza degli insiemi.
Il videogioco strategico pone un obiettivo finale, che risulta un punto d'arrivo, l'ultima di una serie di possibili mosse. Con la quale il gioco finisce. Potrebbe essere assimilato al determinismo storico. Se non fosse per un piccolo particolare: il gioco può riprendere dall'inizio, mentre il materialismo storico dovrebbe arrivare a un approdo definitivo, oltre il quale non è possibile/concepibile il fatto di "ricominciare daccapo". Il fatto di poter ricominciare svela il trucco! E svela di riflesso la debolezza, cioè l'incompletezza, dell'insieme di tutti gli elementi che formano il determinismo storico: non sono reali, non sono perpetui, ma relativi a una particolare "partita".

L'eterno ritorno, la ciclicità storica, è un'idea affine al determinismo: muove dal presupposto che eventi analoghi si ripetano a distanza di tempo, di necessità, per causa simili e con simili conseguenze. Gli storici che credono nel ripetersi delle vicende storiche, sono nascostamente deterministi... e viceversa.

La carica del determinismo ambientalista

Nello gestione dello Stato, contro la seduzione del determinismo, dovremmo ritenere che gli esiti dipendano solo dalla volontà e dal buon senso del legislatore e del governo.

Il determinismo ambientalista tuttavia non vanifica o sminuisce l'attività del legislatore, ma le sottrae ogni competenza in materia di difesa ambientale: fa della protezione dell'ambiente un tema predibattimentale, un presupposto al pari della libertà e dell'uguaglianza. Anzi, fa dipendere la libertà dei popoli dalle tutele ambientali: in assenza di una seria ed efficace politica ambientale la libertà dei popoli corre seri rischi e il determinismo diviene assoluto. [vedi J. Diamond]

A rigor di logica ogni forma di determinismo esclude qualunque altra forma di determinismo. Il determinismo ambientalista non può sussistere contemporaneamente al determinismo storico, o ad altro determinismo, ma deve in qualche modo determinarli.

martedì 16 luglio 2019

L'idea forte

Un nuovo spettro si aggira nell'occidente alle soglie della terza decade del XXI secolo.
Di sicuro uno spettro. Ma forse non molto nuovo. Che cosa accomuna Salvini in Italia, Orban in Ungheria, Bolsonaro in Brasile, Trump negli USA, Putin in Russia? C'è un gruppetto di sedicenti filosofi e osservatori, fautori di un antiglobalismo di destra, di una critica radicale alle democrazie liberali e al capitalismo avanzato, che include Steve Bannon, Alexander Dugin, Olavo de Carvalho (brasiliano), Diego Fusaro (italiano). Sono fautori, quasi tutti e in modo sorprendentemente omogeneo, di un rigetto o di una rivisitazione fantasiosa del marxismo (la cui odierna attuazione si cela, secondo loro, in ogni anfratto di qualunque organizzazione complessa attiva nel mondo contemporaneo); ostili al multiculturalismo o interculturalismo, alla cancellazione delle frontiere e a ogni altro dogma politico ed economico del mondo globalizzato. Inneggiano, pur tergiversando, al nazionalismo... ma su questo torniamo poi.
Cos'hanno da offrire?
Voglio dire: i leader che questi "pensatori" sostengono hanno il sostegno di ampi strati della popolazione. Ma non delle classi dirigenti, ad eccezione forse della sola Russia dove le classi dirigenti sono state forgiate dallo stesso Putin. Negli USA, in Italia e in tutti i paesi d'Europa la nuova destra non ha conquistato né la magistratura e gli altri alti funzionari di stato; né, se non pochissimo, i quadri; non hanno il sostegno delle autorità religiose (tranne Putin); non hanno ovviamente il sostegno della classe intellettuale e accademica (come l'avevano gli oppositori al sistema, per esempio in Italia o in Francia, negli anni Settanta); non hanno neppure, cosa più grave di tutte, il sostegno dell'industria, della finanza e del mondo economico. Questo fatto ci dice da un lato quanto è diminuito il valore persuasivo, la presa (il che significa l'autorevolezza) delle classi dirigenti sulle masse popolari. Dall'altro lato ci dice che se queste forze politiche, e i loro agitatori pensanti, desiderano rimodellare il quadro internazionale secondo nuovi disegni, devono innanzi tutto trovare una completa giustificazione culturale, un'idea forte che possa aggregare le ambizioni dei giovani, convincere le classi dirigenti economiche e amministrative della necessità di sedersi a un tavolo di trattativa per rimodellare i loro confini e le modalità di accesso ai piani alti dell'edificio sociale.

E qui siamo al punto: qual è l'idea forte?
Per il momento non c'è. Nel senso che c'è un'idea vecchia, che a suo tempo fece furore, ma che la storia e la scienza sembravano aver sepolto. E lo sapete qual è questa idea vetusta? La superiorità morale, intellettuale e in definitiva biologica dell'uomo bianco eterosessuale.
Possibile? Sì, è così.

Vari segnali vanno in questa direzione:
Il rifiuto dell'immigrazione;
L'anelito al "buon senso" comune (che assomiglia molto alla legge del più forte)
L'inneggio all'idea di impero;
La contemplazione delle origini;
La riproposizione delle radici ariane o germaniche delle civiltà classiche;
La riflessione sul diverso grado di sviluppo dei popoli nelle diverse epoche storiche, che si riflette nel fatto che tutt'oggi gli europei e i loro discendenti sono ricchi, mentre gli africani sono poveri (e descritti ancor più poveri di quanto non siano in realtà);
L'identificazione fra religione e tradizione;
Le rinnovate riflessioni su meticciato e purezza di sangue;
Più in generale un diffuso determinismo geografico e antropologico che i nuovi pensatori spacciano come valida spiegazione di tutta la realtà

[excursus] (perfino i terrapiattisti, cosa sono in fondo se non deterministi geografici radicali? Il fatto che facciano dipendere la secolarizzazione della società dalla "presunta" rotondità terrestre ne svela la profonda radice autoritaria e insensibile al libero arbitrio umano).

Il problema è che tutte queste idee, e le poche altre che i già citati pensatori riescono a proporre, sono stantie, già sentite, prive di fondamento scientifico e/o statistico. Seppure smuovono ancora alcune masse di elettori, apparentemente come le smosse il marxismo, non si basano però su un'opera cardine (come il Vangelo o il Manifesto o la Bibbia di Lutero) capace di rompere con il passato, bensì su un coacervo di teorie sorpassate e piuttosto confuse, il cui carattere di maggiore attrattiva è lo sfondo violento, direi quasi sanguinante, che esse presuppongono. Pare che dicano: un tot di sofferenza, inflitta ai deboli, agli arretrati, agli inferiori, è necessaria e anzi auspicabile, per preservare il fuoco dell'occidente. Sembra una grossa bolla. Sembra.


venerdì 10 maggio 2019

La macchina del fango del M5S fa paura

La Lega è in calo nei sondaggi (dal 36% di aprile 2018 al 30% di maggio). Un po' perché non ha portato a casa quasi nulla. Ma soprattutto perché in marzo il M5S ha cambiato il bersaglio della sua strepitosa macchina del fango: dal PD, storico avversario, alla Lega, nuovo avversario. Le elezioni regionali in Sardegna, malamente perse dai 5S, sono state la causa del cambiamento.
Renzi e il PD sono stati letteralmente fatti a pezzi dalla macchina del fango M5S: ricordate il padre della Boschi? Quello che alla fine era innocente (così decretò la corte). Con quello l'M5S fece di tutto: massacrò un intero gruppo politico agli occhi dell'opinione pubblica, con una solerzia e un'infaticabilità e un'estensione di fuoco viste di rado nel nostro paese.
Oggi il bersaglio è Siri, più ogni parola che esce dalla bocca di Salvini (prima da quella di Renzi). Mentirei se dicessi che mi dispiace per loro, ma al tempo stesso la cosa m'inquieta: oggi loro, domani chi?
Uno degli elementi più temibili di questa macchina del fango è la sua inafferrabilità, lo stare nascosta per colpire solo attraverso alcuni portavoce: uno su tutti è Di Maio, perfetto sicofante e delatore delle (presunte) altrui colpe e nefandezze morali; un altro è (era) Di Battista, chiamatosene involontariamente fuori; e avrà tempo di apprezzare l'aspetto etico dell'esserne fuori, ammesso che abbia una coscienza e che prima o poi l'interroghi. Di Maio, nel suo completino ordinato e a pennello, ben pettinato e lo sguardo innocente è l'accusatore perfetto.
Un'altra inquietudine deriva dal fatto che la macchina evidentemente c'è, ha un hardware oltreché un software, possiede un'infrastruttura diffusa oltre che un coordinamento: ricordate il caso delle telecamere in casa della deputata Sarti? Se n'è saputo più nulla? Chi le ha fatte installare e perché? Sotto quali minacce e ricatti i deputati del M5S parlano o tacciono, votano, prendono posizione?
Uno scandalo tipo watergate - un partito che ne spia un altro - in Italia non farebbe impressione a nessuno. Ma a torto, perché nello spiare l'avversario per colpirlo a morte sta una delle peggiori minacce alla democrazia.

lunedì 6 maggio 2019

Una Lega sballata

Oh, un sovranista non deve mica credere alle boiate che racconta. Orban mica ci crede; gli servono per ottenere consenso e fare dell'altro. Ma questo Salvini l'ha capito?

La Lega cresce nei sondaggi. La Lega cavalca i temi del momento: sicurezza, immigrazione, sovranità. Il suo leader, Salvini, macina consensi e simpatie: ha sempre la battuta pronta. Smonta gli avversari, sa farsi vittima innocente in qualunque contrasto (ha un vero genio per l'autocommiserazione). E il M5S insegue, arranca, abbozza.

Ma sarà proprio così?

Sì la Lega ha visto crescere il suo consenso... ma per farne cosa? In economia e diplomazia quasi nulla. In pratica per portare avanti molte iniziative populiste del tutto simili a quelle del Movimento 5 stelle; se non direttamente quelle del movimento: quota 100, la flat tax a livello di proposta e poco altro. Per il resto Salvini sembra interessarsi solo a immigrazione e castrazione: alquanto sintomatico! Fa sul serio, capite, quando se la prende con gli immigrati: crede davvero alle panzane che racconta. Per esempio che la povertà crescente è colpa degli immigrati (mentre è colpa del debito pubblico insanato e della scarsa produttività); che la sicurezza e la casa sono la pietra d'angolo della crescita economica (ridicolo).

Io un leader sovranista me l'aspetto diverso: uno che racconta storie farlocche per raccogliere un vasto consenso popolare da usare per sostenere riforme impopolari ma necessarie. Come fanno il governo dell'Austria o quello dell'Ungheria.
Salvini invece non ci pensa proprio: usa il sostegno che ha per promuovere riforme dannose che avvitano i problemi economici italiani, anziché risolverli. Quanto potrà continuare?

Voglio dire, al di là dei mezzi con cui Salvini ottiene il suo consenso - perché sappiamo che la politica non si cura troppo dei mezzi - non sa cosa farsene del consenso; fa le cose che farebbe anche il Movimento 5 stelle; sicuramente non lo usa al miglior fine possibile. Non lo usa, per esempio, per promuovere un'agenda utile, sebbene impopolare, che sarebbe davvero sovranista: la riduzione del debito pubblico; la riorganizzazione del mercato del lavoro per aumentare la produttività. Misure che sono l'essenza stessa di qualunque programma sovranista, perché rafforzano il mercato interno e la capacità negoziale del paese.

Il M5S detta l'agenza populista e la Lega, pur con il suo enorme consenso, non ha nulla da contrapporre, ma riesce solo a contestare oppure ad affiancare (più raramente) i singoli provvedimenti dell'amico/nemico.

mercoledì 17 aprile 2019

Cosa chiede Greta

Se cambiano realmente le priorità collettive, l'intera organizzazione della società deve cambiare. Se al centro dei fini - quindi nel centro della focalizzazione etica - non c'è più l'individuo con i sui diritti, bensì l'ambiente con ogni forma di vita terrestre, le leggi non possono che cambiare.
Facciamo un esempio: le strisce pedonali. La precedenza concessa a chi attraversa sulle strisce risponde al principio di favorire l'individuo debole contro l'individuo più forte, a bordo del mezzo motorizzato. Rispondono blandamente anche a un'esigenza ecologica: favorire i pedoni sugli altri. Ma consideriamo un autobus pieno di gente costretto a rallentare e fermarsi per far passare un singolo pedone sulle strisce. Tale situazione prefigura uno spreco energetico e un maggiore inquinamento, dovuti alla frenata del mezzo e alla sua accelerazione del tutto evitabili se l'autobus avesse potuto continuare la sua corsa. Ecco che il codice della strada andrebbe cambiato in ossequio al diritto ambientale e alla sua priorità su ogni diritto individuale.
Il medesimo principio è estendibile. Pensiamo ai diritti fondamentali sanciti dalle costituzioni democratiche: la libertà di pensiero, di parola e di stampa, l'uguaglianza di fronte alla legge, il diritto a un giusto processo. Tutti questi principi ruotano attorno all'individuo; dovremmo riformularli in relazione all'ambiente naturale e alla vita in ogni sua forma. Il diritto alla vita, di qualunque essere vivente, vegetale o animale, dovrebbe precedere il diritto di parola, di stampa e di libera associazione; l'uguaglianza di fronte alla legge dovrebbe venir meno in tutti i casi nei quali una situazione di diseguaglianza regolata consente un minor dispendio energetico o un minor inquinamento. Per esempio: chi consuma carne subisce una tassazione individuale superiore a chi è vegetariano; l'impatto ambientale delle diverse condotte di vita dovrebbe pesare sui diritti e i vincoli imposti a ciascuno: chi viaggia in treno favorito su chi viaggia in aereo; chi compra prodotti locali favorito su chi compra prodotti importati da lontano; eccetera eccetera. Servirebbe infine una nuova tipologia di diritto, un nuovo codice, diverso dal codice civile e dal codice penale, per regolare i rapporti dell'individuo nei confronti dell'ambiente; un codice in base al quale l'arrecare danno all'ambiente non sia un fattispecie di reato contro le leggi dello Stato, ma contro le leggi di sopravvivenza dell'ecosistema mondo e come tale appartenente a un diversa e peculiare categoria di condotte illecite.

lunedì 8 aprile 2019

In cerca di intestazione politica

Se fossimo un paese politicamente matura, i partiti politici (o movimenti che dir si voglia) farebbero a gara per intestarsi un'agenda politica validissima:
LA SOLUZIONE DEL SUPER DEBITO PUBBLICO italiano.

Perché i partiti non fanno a gara per intestarsi la soluzione a questo problema?

Spiegare in quanti modi ci danneggia il superdebito è facilissimo:

Ci sono prima di tutto i rischi. Il debito pubblico
- mette a rischio l'assistenza sanitaria
- mette a rischio i risparmi
- mette a rischio la scuola pubblica e la ricerca universitaria

Ci sono poi gli ostacoli veri e propri. Il debito pubblico:
- impedisce una rapida e corretta manutenzione delle opere pubbliche
- impedisce di abbassare le tasse
- impedisce un adeguamento degli stipendi pubblici e delle pensioni all'inflazione

Oltre ai rischi e agli impedimenti concreti generati dal debito, c'è l'esposizione del paese alle richieste dei creditori e alle mire degli speculatori finanziari.

Perché nessuno vuole intestarsi un'agenda politica che promette sacrifici in cambio di una soluzione ambiziosa di medio/lungo termine? Siamo sicuri che questo non attirerebbe i favori e i voti di una parte consistente di cittadini?

lunedì 25 marzo 2019

Populisti in Italia

"Ma" dice la straniera "voi come fate con i populisti?"
"Sono un problema", faccio io con aria di superiorità " Però l'abbiamo risolto bene: noi li mandiamo al governo"
"Ma come... al governo?"
"Già, farebbero molti più danni all'opposizione, distruggendo la credibilità delle istituzioni agli occhi degli italiani. Al governo invece non combinano quasi nulla di troppo grave: distruggono la credibilità dell'Italia con gli stranieri. Ma non c'è rimasto molto da distruggere da Berlusconi in poi. Eppoi chi governa in Italia ha le mani quasi legate: dal debito pubblico, dai sindacati, dalle lobby imprenditoriali e della pubblica amministrazione. E inoltre non può parlar male - non più di tanto - dello Stato"
"E quelli che vanno all'opposizione finché i populisti sono al governo? Quelli danni non ne fanno?
"Eh", taglio corto "un problema per volta..."

sabato 23 febbraio 2019

L'equivoco sulla cultura

L'equivoco sulla cultura è solo un aspetto, forse più evidente di altri, di un equivoco generale che consiste nel far coincidere quel che esiste, e che è sempre stato fatto, con il Bene.
Ma andiamo con ordine.
Nel gennaio scorso ho visitato il Museo Egizio di Torino, erano i primissimi giorni dell'anno. Il museo è stato ristrutturato e ripensato pochi anni fa. Il direttore, nell'audio-guida, spiega che si è deciso di dare inizio al percorso museale focalizzandosi sulla storia del museo, esponendo la biografia e le immagini dei fondatori, i primi pezzi della raccolta - cioè i pezzi accumulati per primi e i pezzi concettualmente fondativi. S'è perfino tentato, usando qualche armadietto ottocentesco, di creare una stanza del primigenio museo, un misto fra laboratorio d'antiquariato e caffè con antichità esotiche.Questa scelta dà un messaggio importante: la soglia d'entrata conta; il contesto è essenziale. La scelta è voluta e consapevole.

Negli stessi giorni, il museo ospitava una mostra sul tema della distruzione dell'arte. La mostra partiva dal presupposto che la distruzione ha molteplici cause: il saccheggio dei tombaroli, ma anche lo scavo archeologico autorizzato, la damnatio memoriae, ma anche il riuso di materiali o tele di manufatti precedenti da parte di artisti successivi. Ad esempio, prendiamo eventi diversissimi: la distruzione da parte dei talebani, nel 2001 dei due grandi Buddha in pietra di Bamiyan e il periodico inarrestabile crollo e disfacimento di ciò che resta delle case affrescate di Pompei... malgrado le diverse motivazioni e modi, questi due eventi ricadono sotto la medesima fattispecie di distruzione del patrimonio storico-artistico, per un eccesso di zelo religioso (i Talebani) o per totale mancanza di zelo storico (gli italiani). Che la distruzione avvenga per azione condivisa e diretta o per incuria individuale e disinteresse generale, l'esito è lo stesso: disfacimento. Ma disfacimento è anche la scoperta e lo svuotamento di una tomba da parte di una spedizione archeologica. E con questo il quadro diventa molto più complesso: diviene critica radicale alla modernità.

(curiosamente accade qualcosa di simile in ambito ambientale: i giapponesi distruggono l'ambiente collettivamente costruendo centrali nucleari in riva al mare; gli italiani individualmente - ma anch'essi per un malinteso senso di benessere di una comunità, quella che si arricchisce sul traffico dei rifiuti - seppellendo tonnellate di rifiuti tossici sotto le terre fertili che li nutrono da millenni). 

Il giorno dopo visito la GAM (galleria di arte moderna). L'avevo vista, l'ultima volta, quindici anni prima, ed era tutt'altra cosa. Il pieghevole spiega che la nuova direzione ha abbandonato, in linea con le recenti correnti esegetico/museali, ogni esposizione tematica/concettuale a favore della tradizionale impostazione storicistica - direi addirittura documentaria - che caratterizzava il museo fino ai primi anni novanta del XX secolo. A ciò si aggiungano le frequenti parentesi sulla storia dell'edificio GAM e delle sue ristrutturazioni, che inframezzano la visita.
Questa ripresa dello storicismo alla GAM - che ingenuamente reputavo inevitabilmente sperimentatrice - fa il paio con quanto visto al Museo Egizio e rimanda più in generale all'esaltazione del contesto, soglia o cornice del fatto storico: la contestualizzazione storica in quanto elemento più tangibile e verificabile del fatto storico stesso. Il "perché siamo qui" è una riflessione rassicurante e benevola, nutrita del fatto inoppugnabile di esserci. Meno inoppugnabile è la raccolta, l'insieme di oggetti e fatti storici - le opere della collezione - sui quali permane un consapevole arbitrio.

(Questa virata sullo storicismo appartiene più in generale alla cultura, al pensiero politico, economico e sociale dell'Italia contemporanea. E' espressione di una rinuncia a guardare avanti; ed è espressione di un rifiuto radicale dei tempi presente e futuro, dell'oblio necessario a proseguire, a progettare e a rimettersi in gioco. Il Bene, in tale contesto, coincide con ciò-che-è-noto e con il perché-è-noto. E questo atteggiamento mentale si spinge fino al punto di porre in critica i processi antichi del rendere noto e di esplorazione dell'ignoto, che sono intesi come violazione dell'esserci o della natura.)

Ma che ne può essere di una civiltà in cui l'organizzazione dei fatti storici appaia più solida dei fatti stessi non in prospettiva futura - non sulla scorta di un ideale da realizzare - ma piuttosto sulla base di ideali esistiti, perseguiti da esseri umani nostri predecessori?
Se le idee del passato sono più solide delle testimonianze del passato - le quali possono essere ideologicamente manipolate - quale concezione dobbiamo avere del presente? E del futuro? Il ripetersi uguale a se stesso di un Bene sclerotizzato?
E' questa ideologia che sta mettendo in crisi la classe dirigente italiana. Il ritenere che le idee valgano più dei fatti, che questi siano meri accidenti e le idee eterne. E che le idee eterne siano inobliabili.

giovedì 21 febbraio 2019

Sovranisti indebitati?

Non mi interessa la fazione politica.
Potete essere sovranisti o europeisti; di destra, di centro, di sinistra o indipendenti. (Io non parteggio: sono ancora più indipendente di chi si dichiara indipendente).
Ma alcuni fatti sono inoppugnabili. Fra gli altri uno in particolare:

Non si può essere sovranisti e super-indebitati!

Si tratta di una contraddizione insanabile. Pensiamoci un attimo:
a. un sovranista vuole essere padrone a casa propria: controllare chi/cosa entra e chi/cosa esce; cosa si fa in casa; lo stile di vita degli abitanti della casa, eccetera... Vuole essere sovrano, padrone di sé e delle sue cose. Giusto? Giusto.
b. un padrone di casa super-indebitato non è più il padrone di casa: la casa è già o sta per diventare, o può essere pignorata da un momento all'altro dai creditori. Giusto? Giusto.
Quindi, come può un sovranista indebitato accettare di rimanere tale? O cessa di essere sovranista, e accoglie le richieste dei creditori (o di chi possiede la fiducia dei creditori), oppure estingue il più rapidamente possibile il suo debito.
Ma l'attuale governo italiano cosa fa? Avanza pretese sovraniste e nel contempo aumenta l'indebitamento pubblico!
Quello che fa è impossibile, una presa in giro, una sciocchezza: lo capirebbe anche un bambino.
Eppure...

L'ITALIA OGGI. Abbiamo qui un padrone di casa che non può decidere quasi nulla su casa sua se non a patto di ricorrere alla violenza fisica nei confronti dei creditori. E anche qualora prevalesse, trovandosi nelle condizioni di non poter mai più chiedere nulla a nessuno...
Altri paesi sovranisti, come l'Austria, hanno avviato una politica coerente di riduzione del debito pubblico. Ciò permetterà loro di non dover sottostare a ogni e qualunque richiesta arrivi dalle fazioni politiche che rappresentano gli interessi dei creditori.

Il buon livello di consenso politico dell'attuale maggioranza di governo avrebbe dovuto suggerire alle forze politiche maggioritarie di avviare immediatamente una politica di riduzione del debito pubblico, perlomeno al fine di attuare scelte sovraniste sostenibili.
Invece, paradossalmente, il consenso è utilizzato per creare un inevitabile dissenso, dovuto al fatto che alla fine - al netto delle chiacchere, delle ideologie, dei media e dei social - le istanze dei creditori prevarranno.

mercoledì 6 febbraio 2019

Sul cosiddetto "reddito di cittadinanza"

Il cosiddetto "reddito di cittadinanza" è in realtà un molto più prosaico "sussidio", o "assegno sociale". Ma è significativo che i suoi fautori lo chiamino proprio così: "reddito di cittadinanza".

Il "reddito", in primo luogo, è "l'utile che deriva dall'esercizio di un mestiere", scrive la Treccani. Solo secondariamente la parola "reddito" è associabile a una "rendita", come può essere una pensione, la quale va a formare in effetti il "reddito" annuale di un pensionato.
Nel campo semantico del "reddito", come pure nella "rendita", sono impliciti il "ritornare" e il "rendere", termini che implicano necessariamente lo scambio, ben evidenziato dal prefisso "ri-/re-". "Rendere" non è solo "dare", è dare poiché si è avuto o anche, per il recipiente, avere per aver in precedenza dato. In quest'ultimo senso una pensione è, anche linguisticamente, un reddito legittimo: un avere in quanto si è in precedenza dato (a patto di aver dato abbastanza...).

Ma il "reddito di cittadinanza" è un dare anche a chi non ha mai dato, o a chi non deve dimostrare di aver dato qualcosa. Prescinde da ciò che si è fatto, da qualunque scambio; e quindi non è, in senso stretto, un reddito. Quest'assenza dello scambio emerge prepotentemente, nella coscienza stessa dei promotori del reddito di cittadinanza, nell'esigenza di far fare qualcosa a coloro che lo percepiscano, potendosi altresì accertare che questo qualcosa sia stato fatto... è la polemica contro il "divano"; se l'avessero semplicemente chiamato sussidio o assegno sociale, anziché reddito, il problema sarebbe molto meno evidente.

Sulla "cittadinanza" c'è moltissimo da ridire (ma poco da ridere, purtroppo), anche tralasciando il fatto che il reddito "di cittadinanza" non può andare, per ragioni costituzionali, solo a chi possiede la cittadinanza (anche se i legislatori farebbero carte false purché fosse così).
Com'è risaputo la Costituzione equipara gli stranieri - di fatto tutti i residenti - ai "cittadini" in quanto a diritti fondamentali. Tuttavia in Italia è in vigore uno jus sanguinis e pertanto solo chi è figlio di italiani nasce italiano, quanto a cittadinanza; per chi ha la ventura di nascere in Italia da genitori stranieri, oppure, ancora peggio, di venire a vivere e lavorare in Italia essendo nato all'estero, diventare cittadini italiani è un calvario.

Ora, collegando i puntini, è facile e intuitivo pensare che il reddito di cittadinanza sia in realtà un reddito ideato e idealmente riconoscibile in base a un diritto di sangue. E io credo che perfino i leghisti che meno apprezzano questo istituto, colgano tuttavia, più o meno consapevolmente, il rimando al diritto di sangue, implicito nell'uso della parola "cittadinanza", e così caro al loro sentire. Pensiamo un attimo al meccanismo retrostante: una quota parte dei lavoratori stranieri in italia - diciamo il 10% ? - finanzia per mezzo del valore aggiunto generato dal loro lavoro - un reddito attribuibile per diritto di sangue... Ora, pur con tutti i distinguo del mondo, io faccio fatica a non vedere in questo, mutatis mutandis, la ripresa dell'antico istituto della servitù della gleba, a una vera e propria corvée, imposta con la forza e mirante a garantire il benessere del padrone per diritto di nascita.

Ma, si può obiettare, il reddito di cittadinanza va solo ai poveri, ai privi di altri mezzi di sussistenza: quasi una corvée alla nobiltà decaduta: che è proprio ciò che sperimentano molti italiani arrabbiati: una caduta dal benessere, o da un relativo benessere, che sembrava conquistato per sempre.

Vale la pena di ricordare che la letteratura italiana nasce con il dolce stil novo. E uno dei motivi ricorrenti del dolce stil novo è la nobiltà d'animo indotta dall'amore: una nobiltà che nulla ha di inferiore o da invidiare alla nobiltà di sangue; con la quale può anzi competere ad armi pari nello spirito e nel diritto all'amore.

Tutto ciò per dire che nelle italiche vicende la nobiltà di sangue - di cui lo jus sanguinis di cittadinanza e quindi il reddito di cittadinanza sono i legittimi eredi - è sempre stata la cifra del potere; il retaggio feudale autoproclamantesi giusto e migliore di tutti. Con il quale i poeti del dolce stil novo, e di nuovi noi oggi siamo costretti a confrontarci.     

Determinismo e videogiochi

Il videogioco di strategia politico/militare, Civilization per esempio, è un buon esempio di incompletezza degli insiemi. Il videogioco str...