lunedì 22 dicembre 2014

Un gioco troppo facile

Non si è riflettuto abbastanza, a mio parere, sulle conseguenze economiche della completa digitalizzazione della pubblica amministrazione. Soprattutto nei paesi, come l'Italia, che interpretano la digitalizzazione soprattutto come un sistema di controllo sui comportamenti illegali/da correggere.

Già ora viviamo in una sorta di sistema "implicativo" o "allegante": per tutta una serie di beni, ogni volta che li acquistiamo acquistiamo in realtà il primo anello di una "catena". Crediamo di acquistare solo il bene economico in se, in realtà compriamo tutta una filiera. E non si tratta della filiera che ha prodotto il bene in questione, ma di una filiera "futura";
per esempio compriamo un'auto e ci accolliamo la catena di bolli, revisioni, assicurazioni, service, manutenzioni etc.
compriamo una casa e ci accolliamo, tasse, bollette etc.
compriamo una televisione e ci accolliamo gli abbonamenti pubblici e privati
compriamo una caldaia e ci accolliamo i controlli, le manutenzioni etc.
compriamo una visita medica, una ristrutturazione, un servizio d'asilo, un farmaco e dozzine di altri beni e servizi e ci accolliamo una detrazione/deduzione fiscale di cui ricordarsi o da affidare a qualcuno perché ne tenga conto.
sono parecchi i prodotti che ci caricano di catene impossibili da spezzare.

Come se ciò non bastasse la digitalizzazione è in grado di tracciare ogni acquisto, ogni transazione; di più ancora: ogni desiderio di acquisto, ogni intenzione di transare.
Sulla base delle transazioni tracciate il fisco può ricostruire i nostri redditi e accollarci una catena.
La digitalizzazione ci rende consumatori "responsabili", il che significa scarsi consumatori. Ed è un bene, perché realizza ciò che ci hanno sempre insegnato: di consumare responsabilmente.

Però poi non chiediamoci i perché della crisi economica; non chiediamoci perché i consumi languono e non ripartono. Vogliamo far ripartire i consumi? Spezziamo le catene legate a ogni bene di consumo. Poiché non è possibile, e non ha senso, evitare di tracciare le transazioni - visto che farlo è facilissimo - eliminiamo piuttosto gli anelli legati al primo: tagliamo tasse e bolli, eliminiamo tutti gli incentivi e gli sgravi fiscali e ridistribuiamo come minor tassazione i soldi risparmiati. Togliamo le catene dalle spalle della gente!

lunedì 15 dicembre 2014

Riforma e consenso

Secondo una credenza radicata - al punto che raramente qualcuno la enuncia - riformare un sistema significa perdere consensi.
Riformare la pubblica amministrazione, in un paese come l'Italia, significa perdere consensi; riformare i rapporti fra settore pubblico e piccola impresa significa perdere consensi.

Eppure la realtà potrebbe essere molto diversa. Proviamo a ipotizzare qualcosa di diverso per controinduzione:
per non distruggere consensi ogni riforma dovrebbe consegnare ad alcuni soggetti il valore aggiunto sottratto ad altri. In altre parole ogni riforma dovrebbe riuscire a trasformare, spostare i consensi, dai puniti ai premiati.
Per esempio: un taglio consistente della spesa pubblica (= perdita di consensi) dovrebbe essere realizzato contestualmente a un taglio corposo delle tasse (=creazione di consensi). Un problema può sorgere nel passaggio dalla prima fase alla seconda. E' in questo passaggio che gli alfieri della conservazione cercano di gettare la fantomatica chiave inglese che distrugge il motore.
Già di per se lo spostamento di ricchezza produce una diminuzione della ricchezza spostata (parte rimane sullo strumento usato per spostarla, come una macchia d'unto). Ma soprattutto se i conservatori riescono a fermare il procedimento nella fase di distruzione del consenso, possono annientare l'agente del cambiamento, portando a zero il suo consenso e ristabilendo quindi, di lì a poco lo status quo ante quem.
Ne consegue che ogni governo dovrebbe prima di tutto creare un vasto consenso (taglio delle tasse) e quindi, inevitabilmente passare alla fase distruttiva (taglio delle spese). In tal modo costringerebbe le parti intermedie ad assecondare il cambiamento, pena il naufragio generale.

mercoledì 3 dicembre 2014

Dicotomia italiana

Sentivo ripetere, (meno di recente, di più fino a qualche tempo fa), che destra e sinistra italiane sono identiche: stessi programmi, stesse idee, stessa visione della democrazia e della giustizia sociale.
Sarà stato anche vero, superficialmente... In realtà l'Italia mi sembra in preda a una dicotomia che raramente, in passato, ha raggiunto i livelli dell'attuale parossismo.
Uno degli effetti della formidabile rigidità lavorativa degli ultimi trent'anni - rigidità i cui effetti più visibili sono la disoccupazione al 13,5% (giovanile al 40%) - è proprio, a mio modo di vedere, la formazione di due opposte visioni del mondo e della realtà, una differenza radicale ("antropologica" direbbero) fra la concezione economicamente garantista e quella liberal-rapace. La divisione fra le due "strutture a priori" è talmente profonda da rendere impossibile il mutuo scambio di opinioni su basi condivise.
Facciamo alcuni esempi:
- realizzare una strada è - in termini assoluti - un bene o un male?
- che una persona ottenga un aumento di stipendio in epoca di crisi cosa ci dice di quella persona? E di chi le ha aumentato lo stipendio?
- è possibile arricchirsi in modo lecito?
- è corretto crescere i figli esortandoli a vincere con qualunque mezzo legale?
- cercare lavoro all'estero è un segno di coraggio o di rinuncia?
- restare al lavoro oltre l'orario stabilito è un segno di abnegazione, di ambizione, di malcostume o di debolezza?
- mirare al successo è moralmente deplorevole?
- il lavoro è un valore perché fornisce un reddito o perché esalta chi lo svolge?
- pagare i propri debiti è sempre un dovere o ci sono casi nei quali è corretto non pagare?
- studiare è un bene o un male?
sono solo alcuni esempi di domande per rispondere alle quali occorre attingere a un substrato etico personale strutturale in ognuno di noi... ebbene io affermo che la struttura di questo substrato è fondamentalmente duplice negli italiani di oggi e ogni quesito morale, soprattutto se di ordine socio-economico, raccoglie risposte affatto opposte.
Non è sempre stato così: non era così nell'Italia cattolica del boom dove domande come quelle suddette avrebbero ricevuto risposte molto omogenee in vari strati della popolazione, con pochissime eccezioni. Non era così nemmeno nell'Italia - già in crisi - degli anni ottanta, nella quale prevaleva un'ottica garantista che tuttavia salvaguardava valori tradizionali come il dovere, l'equità, il servizio, la sana ambizione. Oggi di queste parole rimane solo un suono incomprensibile.
Non avendo prevalso, in Italia (a differenza che nelle democrazie liberali), la ragione del mercato e non essendo d'altra parte neppure tramontate le antiche abitudini italiche alla difesa del privilegio (com'è avvenuto in Germania sull'onda di una certa mentalità protestante) i miei concittadini non si dibattono tra sfumature, come altri popoli, ma fra visioni radicali opposte e inconciliabili:
libertà di arricchirsi vs tutela dei patrimoni esistenti
sperimentazione del nuovo vs accumulo del passato
passione per l'inusitato vs scetticismo radicale
passione per il lavoro pratico vs tutela della morale assoluta
diffidenza per l'autorità vs infallibilità dell'autorità




martedì 2 dicembre 2014

Libertà e impiegati pubblici

Dovrebbe esistere una legge, almeno in Italia, che impedisca a quanti vivono di uno stipendio pubblico di parlare in difesa della libertà. La libertà, secondo costoro, avrà sempre e solo a che fare con la morale individuale; mai con la morale pubblica. La libertà non può riguardare mai la pubblica moralità, ma solo la sfera personale e privata. Privato e pubblico corrispondono, nella ragione accademica e dell'impiegato statale, a libero e vincolato.
Libertà --> nella sfera privata
Vincolo --> nella sfera pubblica
Viceversa chiunque non dipenda dalla vacca statale tende a conformarsi secondo un principio affatto opposto che oggi, nel nostro paese, gode di ampio e diffuso discredito:
Libertà --> nella sfera pubblica
Vincolo --> nella sfera privata
Questo è un pensiero di "destra", mentre il primo è un pensiero di "sinistra".

Determinismo e videogiochi

Il videogioco di strategia politico/militare, Civilization per esempio, è un buon esempio di incompletezza degli insiemi. Il videogioco str...