lunedì 18 novembre 2013

Segnali di decadenza: la delega di responsabilità

Leggo da mesi ormai le prediche di Galli della Loggia sul corriere in merito alla mancanza di una classe dirigente italiana. Molto è condivisibile, altro (poco) lo è meno; la cosa meno condivisibile è descrivere l'Italia di alcuni decenni fa come un luogo etico, ben organizzato, onesto, laborioso, privo dei difetti morali grandi e piccoli dell'oggi, affollato di gente in grado di provare sentimenti di onore e di vergogna... e contrapporle l'Italia di oggi svuotata e moralmente desertificata.
La debolezza di questo argomento dipende dal fatto che esso riprende il tòpos antico dell'età dell'oro, che degrada via via in età sempre più deprezzate e false. Ma si tratta di un luogo letterario, non di una valida descrizione della realtà; di una descrizione metaforica, priva risvolti pratici anche mediati, sebbene ricca di enfasi e pathos.
Io valgo e capisco molto meno di Galli della Loggia (il cui solo nome fa tremare), tuttavia dirò quel che penso: penso che i decisori italiani di oggi abbiano un solo grande difetto rispetto a quelli del passato: non decidono nulla.
La prima ragione per non decidere è il fardello della responsabilità connessa alla decisione. La scarsa considerazione di sé dei miei connazionali produce un curioso effetto: nessuno vuole prendersi la responsabilità di fare alcunché per non rischiare di essere accusato da qualcun'altro di inadeguatezza. Conseguentemente, appare logico e inevitabile, anche ai più intelligenti fra i miei connazionali, delegare le decisioni - non farsene carico - perché qualcun altro più preparato e adeguato possa occuparsene.
Si badi che stiamo parlando di una logica di ossequio al potere tipica di questo paese: se c'è un problema, chi deve occuparsene è chi può occuparsene, e non tutti possono... In linea di massima - questa è l'ultima tendenza - se chi se ne sta occupando è persona nota solo nell'ambito dei confini nazionali, allora si tratta di persona inadeguata; di persona che non può occuparsene.
Quanta differenza in questo con la logica statunitense o russa o tedesca o inglese! In tutti questi paesi si tende a fidarsi solo di connazionali, nei ruoli chiave delle decisioni, e si tende a diffidare degli stranieri e dei compatrioti fuoriusciti... il contrario che da noi.

Mi viene in mente un esempio di quanto ho detto: l'uscita dall'euro. Io non sono particolarmente euroscettico, ma determinati argomenti a sostegno dei benefici dell'Unione Europea mi irritano e disgustano.
Se un ingenuo interlocutore accenna ai vantaggi per l'Italia di un'eventuale uscita dall'euro, trova immediatamente il giornalista/opinionista di turno che lo avverte/minaccia dicendo che se l'Italia uscisse dall'Euro dovremmo tornare a controllare il saldo fra import ed export e a fare attenzione che il primo non superi il secondo per più di un trimestre.... la bilancia dei pagamenti. Dovremmo seguire il cambio. Ma ci rendiamo conto quale immenso carico di lavoro e di responsabilità ciò significherebbe? Il ragionamento implicito è che invece ora, essendo nell'euro, scarichiamo questa responsabilità su quanti si occupano della bilancia commerciale della UE... e non dobbiamo occuparcene. In sostanza l'opinionista si sofferma non sul vantaggio tangibile in termini economici ma su un vantaggio relazionale, uno sgravio pratico ma anche intellettuale e morale. Quasi dicesse: preoccuparsi è fatica, meglio lasciar fare agli altri.
E magari lo stesso opinionista si interroga, qualche giorno dopo, sui motivi del laissez faire e sulla corrività delle classi dirigenti italiane...

La cessione di sovranità all'Unione coincide in Italia con una parallela cessione di responsabilità decisionale... in tal modo noi tutti torniamo bambini e ci aspettiamo di essere protetti e accuditi da chi, pur non avendo particolare interesse nei nostri confronti, ha la capacità, la competenza per accudirci.
Nell'apprezzare la cessione della responsabilità decisionale l'intellettuale italiano trova il proprio ambiente ideale: un ambiente cortigiano in cui il poeta e l'onesto storiografo possono elogiare le decisioni già prese e costituite e deprecare l'azione del cortigiano infedele, del consigliere impreparato, avido o traditore che nulla sa e qualcosa di nuovo e difficile vorrebbe decidere. E Galli della Loggia, pur chiamandosi fuori dalle voci elogiative, nella sua affettata indignazione contro i "nostri" cortigiani, partecipa allo stesso gioco di cui critica i risultati.

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