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Da esterofili a espatriofili - segnali di marginalità

Gli italiani, si dice, sono da sempre autodenigratori ed esterofili. Ce l'hanno nel sangue l'ammirazione-invidia per i vicini, da prima dell'unità nazionale. Ne fornisce una riprova indiretta l'emigrazione fra XIX e XX secolo che ha portato gli italiani in mezzo mondo: con maggior fortuna (USA, Germania, Australia) o minore (Argentina, Africa). Gli italiani se ne andavano in cerca di una terra migliore, meno avara, meno dura, più ampia e generosa della patria; dove la gente fosse più efficiente e rispettosa, le gerarchie meno immobili e severe, lo Stato non padrone crudele, ma padre premuroso.

Eppure, per alcuni versi, la cosa non è poi tanto vera...
Negli ultimi due anni si afferma un atteggiamento mentale curioso: l'esterofilia si trasforma in espatriofilia... a essere bravi non sono più gli stranieri, ma bensì gli italiani che vanno all'estero. Non importa cosa fanno realmente: se sono capitani d'industria o premi nobel per la fisica oppure, banalmente, bibliotecari, opinionisti, cuochi o addirittura camerieri diplomati: l'importante è che lo facciano in America o a Singapore.
Ieri c'era su una rivista l'ad della Fiat (qui) che premiava una dozzina di "talenti" italiani-in-USA (non italoamericani, che sono tutt'altra cosa) i cui profili non hanno oggettivamente nulla di invidiabile o particolarmente talentuoso rispetto a migliaia di italiani in patria.
Ora, io ricordo bene la formidabile efficienza dei tedeschi nelle parole di mio nonno; e trovo ancora accenti simili in uomini di mezza generazione successiva (settantenni). Di converso, negli uomini miei coetanei (37) e nei giovani, ma forse ancora di più nei miei genitori e loro coetanei, riscontro invece entusiasmo per coloro che se ne vanno, ammirazione, orgoglio ("i ricercatori italiani sono i migliori", "gli italiani all'estero sono apprezzati", "italiani fra i più preparati" ecc...); questo atteggiamento fa pendant con il periodico sfoggio massmediatico dei trionfi italiani nel passato, in coppia col quale l'espatriofilia acquista perfino una punta di nazionalismo elitario.

Sul piano individuale, il giovane italiano che va all'estero e/o chi ve lo spinge (i genitori) concepiscono come un torto la mancata affermazione di sé e/o del rampollo nella terra ricompresa dai confini nazionali (torto dimostrato dal semplice fatto che i genitori sono gente affermata e benestante, mentre i figli sembra non ce la facciano), e pertanto ne decantano le virtù in paesi lontani, dove nessuno del giro può comunque controllare.
A livello generale tale atteggiamento si trasforma in un crescente inneggio al se lontano che è diametralmente opposto al disprezzo o compatimento o pietà del se lontano che meditavano le famiglie degli emigranti all'inizio del XX secolo. Della mamma di Marco, protagonista dagli Appennini alle Ande, si diceva così: "poveretta è andata in Argentina a lavorare"; oggi sul giovane bisnipote di Marco si direbbe così: "nel suo ramo è il migliore; è andato in Cina a lavorare".
Ecco, siccome m'ero ripromesso di individuare i segnali della patria decadenza, questa espatriofilia è uno di quelli: una versione alternativa dello stesso complesso di inferiorità che era dei vecchi migranti italiani e che è dei nuovi immigrati in Italia. Ma forse con un peggioramento: checcé ne dicano i guru del marketing e della programmazione neurolinguistica, il "sapere di non sapere" è ammonimento più saggio del "credere di saperne più degli altri".

[modifica 11 Novembre] Eccone un altro sul Fatto Quotidiano

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