giovedì 2 gennaio 2014

Italia: contabilità vs strategia, segnali di decadenza

L'Italia non è più capace di strategia, ma solo di contabilità. E anche quest'ultima, alla meglio.
Gli ultimi due governi, Monti e Letta, lo dimostrano in pieno... in entrambi gli esecutivi la prima preoccupazione del premier è sempre stata la rassicurazione dei mercati in merito ai conti pubblici. Quasi che il presidente del consiglio fosse prima di tutto un buon contabile, un ragioniere su cui fare affidamento.

Ma sarebbe iniquo ridurre a Monti e Letta il problema "contabilità versus strategia". La strategia pubblica è assente in Italia da molto tempo, dagli anni settanta forse.
Berlusconi era un buono stratega nell'ordire i propri interessi e nel predisporre campagne elettorali. Purtroppo non ha mai impiegato alcuna "strategia" nel governare il paese; non ha perseguito un disegno ambizioso per il bene collettivo, per l'identità nazionale, ma solo per il proprio tornaconto personale... e questo è il vero segno di decadenza;
Una strategia di governo non può coincidere con la razionalizzazione di un istinto di sopravvivenza... com'era in Berlusconi. Dev'essere piuttosto la razionalizzazione di un atto di pura fede; l'ingegnerizzazione umanistica di qualcosa di fortemente creduto dallo stratega.

Mi capita talvolta di pensare che cosa avrebbero potuto realizzare alcuni (tristemente) celebri onnipotenti della storia, se solo non avessero ceduto all'ambizione personale, all'avidità o a un frainteso concetto di razionalità. Stalin, per esempio, fece quel che fece per sete di potere, per timore di perdere il potere o perché ci credeva veramente? In quest'ultimo caso possiamo dire che applicò veramente un strategia; nei primi due casi sarebbe invece istinto di sopravvivenza.
Ma cosa non avrebbe potuto fare Stalin se solo avesse applicato una strategia diversa...?; o se non avesse pensato esclusivamente all'autoconservazione.
D'altronde Hitler può essere considerato in tutto e per tutto uno stratega, sebbene la sua strategia fosse aberrante e fallimentare. In Hitler mancò la fase di "razionalizzazione" (il logos, direbbe qualcuno) del puro atto di fede; in Hitler c'era solo il puro atto di fede - nella razza, nel fondamento biologico del potere - e la pretesa che tale fede dotata di imprimatur positivista (per non dire scientifico) - potesse razionalizzare il mondo. Ecco l'errore di Hitler e dei suoi contemporanei positivisti e scientisti: identificare strategia e razionalizzazione. La strategia emerge da un atto di fede razionalizzato, ma applicare una strategia non significa necessariamente razionalizzare il mondo. Il mondo non è un atto di fede, se lo fosse potrei far scomparire gli altri schioccando le dita... (cosa che Hitler cercò di fare).

Per tornare all'Italia, quale sarebbe un cenno strategico? Banalmente: il farsi pionieri in qualche ambito del governo della cosa pubblica, della giustizia, dell'educazione, della rappresentanza. Farsi pionieri significherebbe adottare un sistema teorico che nessun altro paese ha ancora adottato in risposta a uno specifico problema nazionale.

[Quello che invece purtroppo accade nel migliore dei casi è di copiare una soluzione, o un metodo consolidato, escogitato da qualche altra parte per risolvere un problema italiano che assomiglia, ma perlopiù non può coincidere, al problema impattato dalla soluzione straniera.]

In altre parole, strategia di governo significa tentare empiricamente una soluzione diretta su un problema, per come tale problema si presenta all'osservazione e all'analisi. Non riferendosi alle soluzioni escogitate da altri per problemi apparentemente simili. Strategia è mettere le mani in pasta, sporcarsi le mani, pensare a un problema anziché alla sua possibile indicizzazione e catalogazione. A tale proposito, esiste un'analogia fra la burocrazia del sapere accumulativo propugnato dalle nostre patrie università, e la mancanza di strategia dei nostri governi. Il sapere accumulativo-archivistico delle facoltà di diritto e lettere, ma anche di economia e ingegneria, se pure risulta scientificamente corretto (ma anche siffatta categoria è un esito di comodo, una mera convenzione accademica) e facilmente trasmissibile, è del tutto inadeguato a formare strateghi. Serve a formare discreti contabili molto bravi a indicizzare e catalogare. Monti e Letta. E a questo solo siamo...

Esiste poi una forma degenerata di strategia in politica: quella del burocrate che si sente imprenditore. Il rappresentante eletto o il potente dirigente pubblico che "ricerca fondi" per "realizzare grandi opere" le quali "promettono di ripagarsi e di rendere proventi". Si tratta, com'è evidente, di un'immane bestialità. La strategia di cui ho parlato più sopra riguarda la visione complessiva del paese in cui si vorrebbe vivere, del suo profilo morale, economico, culturale, politico, democratico... la visione di cosa una collettività dovrebbe essere, incluso il maggior numero possibile di dettagli. La si realizza principalmente operando sulle persone, sui rapporti di potere fra decisori e cittadini, sulle motivazioni e egli obiettivi di decisori e cittadini... non realizzando cubature o chilometri di strade e tracciando alla meglio un business plan. Un politico non dovrebbe essere un finanziatore di start-up infrastrutturali, ma un esperto di esseri umani e di felicità.      

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